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Coronavirus, ANFIA: «Tempesta perfetta»

Il direttore Gianmarco Giorda: «Necessaria una politica di incentivi rapidi ed efficaci per scongiurare pericoli»

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Una nuova voce si aggiunge a quelle già ascoltate da siderweb tra le associazioni di categoria nel quadro di un sondaggio tendente a cercare di comprendere come viene affrontata l’emergenza-coronavirus, quali sono le conseguenze con le quali ci si è dovuti confrontare e quali sono le aspettative per il futuro.

Oggi a rispondere è Gianmarco Giorda, direttore di ANFIA, l’Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica che, con più di 300 aziende associate, è senza dubbio una realtà in grado di avere “il polso” di un settore, quello dell’automotive e delle imprese ad esso collegate.

Il quadro che dipinge Giorda è decisamente a tinte fosche: «Possiamo purtroppo parlare di tempesta perfetta. La pandemia ha infatti avuto un effetto devastante sull’intera filiera dell’automotive, che peraltro è reduce da 20 mesi di decrescita costante, determinando un pesante calo produttivo. Ma a preoccupare, proprio ora che ci si sta organizzando per la possibile ripartenza, è che molto probabilmente si dovrà far fronte ad un calo della domanda, causato dalle ridotte possibilità economiche di famiglie ed imprese».

Il direttore di ANFIA, peraltro, vede dei rischi anche sul fronte industriale e della distribuzione: «Non mi sento di escludere che potremmo assistere a fenomeni di acquisizione da parte di soggetti grandi che, forti di una liquidità propria, potranno tentare di fagocitare realtà più deboli e il nostro Paese potrebbe esserne interessato, con la filiera che rischia di essere depauperata».

Altro tema non trascurabile è quello collegato «ai diversi atteggiamenti che si registrano nei vari Paesi. Pensiamo a cosa accadrebbe se all’estero si decidesse di rimettere in marcia la rete di produzione delle auto e mancasse la componentistica italiana perché qui da noi gli impianti fossero fermi. Le aziende potrebbero essere portate a rivolgersi altrove». Ma non c’è solo questo.

«Perché un fenomeno a mio parere trascurato – dice Gianmarco Giorda – è quello che, in seguito a fermate e ripartenze “a macchia di leopardo”, si potrebbe determinare all’interno delle diverse multinazionali che, se i diversi Paesi non adotteranno strategie condivise, potrebbero essere portate a puntare con decisione sulle proprie sedi localizzate ove si deciderà di riavviare prima gli impianti e spostare lì delle produzioni che, poi, potrebbe essere difficile riportare nei siti di origine, con conseguenze pesanti  e facilmente immaginabili per un settore che, lo ricordo, in Italia ha oltre 270mila addetti solo nella produzione».

E questo ci porta ad esaminare le strategie adottate dal governo italiano: «In questa fase registriamo una sorta di “assalto alla diligenza”, dove tutti chiedono tutto – premette il direttore di ANFIA e questo complica una situazione già difficile di suo. Perché pur in presenza di un’interessante disponibilità dell’esecutivo, che sta indubbiamente mettendo in campo un potente strumento di finanziamento, quello che dovrà essere fatto sarà, anche e soprattutto, combattere il grande male italiano che è quello della burocrazia. Perché, tanto per parlar chiaro, le aziende dovranno poter contare subito sui soldi messi a disposizione, altrimenti sarà impossibile mettere mano a progetti specifici».

Tra i quali, secondo Giorda, ci dovrebbe essere «per iniziare, la possibilità di trasformare le perdite che si registreranno in crediti d’imposta, la deducibilità delle spese affrontate per l’acquisto dei dispositivi di protezione individuale (i Dpi; ndr) e la decurtazione dell’Imu per il periodo nel quale i capannoni industriali risultano inutilizzati», per poi pensare al dopo «con la revisione delle imposte relative alle spese per ricerca e sviluppo, che saranno indispensabili, o immaginare un credito di imposta per chi lavora all’implementazione di nuove idee».

Senza dimenticare che «proprio pensando alle ridotte capacità di spesa di imprese a famiglie, sarebbero opportune misure di incentivo per l’acquisto di veicoli industriali ed autovetture, ampliando al massimo il perimetro dei mezzi ammessi e, magari, pensare alla riproposizione del superammortamento, che aveva dato buoni risultati».

E in tutto questo, cosa si prospetta per l’auto elettrica? «Il futuro, stanti anche i costi oggettivamente elevati per il suo acquisto, non appare roseo e, anche in questo caso, decisivo sarà l’atteggiamento del governo, che se davvero è intenzionato a favorirne la diffusione, dovrà inviare segnali chiari: penso ad incentivi concreti all’acquisto, ma anche all’ampliamento dell’infrastruttura di rete che, se ci pensa, potrebbe rappresentare ossigeno puro per le imprese italiane che dovranno occuparsene».

Ultimo, ma non ultimo, un tema che è stato posto è quello relativo a come potrebbe cambiare, nell’Italia post Covid-19, la catena degli approvvigionamenti: «Si potrebbe, forse si dovrebbe – dice Gianmarco Giorda – pensare a strategie che incoraggino una “componentistica a chilometro zero” e magari puntare al reshoring, spingere a tornare in Italia le imprese che hanno deciso di spostare altrove le produzioni. Questo potrebbe essere un effetto positivo di una tragedia che non dimenticheremo facilmente».

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