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Coronavirus. Tuxor: «“Fase 2” va presa di petto»

Giuseppe Ferrero, che guida l’azienda torinese, non ha dubbi: «Sarà una scalata di sesto grado, ma ce la faremo»

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Dopo una breve pausa (caratterizzata dalla paura, poi per fortuna rivelatasi immotivata) Giuseppe Ferrero (nella foto di testa) è tornato saldamente al comando della Tuxor di Torino, società di primo piano nella fornitura di materiali per l’ingegneria civile e petrolchimica. La grinta di questo giovanotto di 87 anni è quella di sempre e anzi «dopo aver trascorso otto giorni in ospedale, in completa solitudine, ed aver visto da vicino persone affette dal Covid-19 – racconta – sono tornato al lavoro con tante idee nuove ed una forza rinnovata. Perché i problemi vanno presi di petto».

Perché secondo lui «questa pandemia, oltre che per il pesante tributo di vite umane, si sta rivelando un’autentica tragedia per le imprese. Con progetti fermi, nel migliore dei casi rinviati. Con aziende che rischiano di non riaprire e con una situazione che, anche a livello internazionale, è caratterizzata dall’incertezza».

Tanto che, secondo il numero uno di Tuxor, «tutto il 2020 sarà condizionato da questo lungo periodo di fermata e da una ripartenza che non sarà certo abbastanza rapida da permetterci di recuperare il tempo perduto. Tanto in Italia che, per aziende come la nostra, all’estero».

Perché non bisogna dimenticare, dice Ferrero «che per i musulmani questo è periodo di Ramadan (terminerà il 23 maggio; ndr), e la cosa non favorisce certo gli scambi commerciali. Poi qui da noi inizierà quello delle fermate estive, anche se mi pare di aver capito che potrebbero essere ridimensionate, e non vorrei che per una ripresa vera si debba aspettare settembre, quando ormai si inizierà a pensare al 2021».

Ma lui non ci sta e, per spiegare come vede la situazione della siderurgia italiana ricorre ad un paragone con una sua grande passione: l’alpinismo. «Lì ci sono sei gradi di difficoltà e noi oggi ci troviamo solo al secondo – spiega – e se vogliamo continuare a salire dobbiamo iniziare a fare sul serio». Come? «Io dico che serve anche un pizzico di follia, perché è proprio adesso che dobbiamo andare alla ricerca di nuove aree di sbocco per i nostri prodotti, visto che spesso nei cantieri aperti all’estero ormai si utilizzano prodotti locali e per noi italiani non è più facile come prima».

E ricorda che «sono ormai lontani gli anni compresi tra il 2012 ed il 2016, quando noi abbiamo fornito 36 milioni di euro di acciaio alle imprese. Ma ormai tante di quelle aziende non esistono più e di progetti che possano portare all’apertura di cantieri importanti non se vedono all’orizzonte».

Sono in molti, infatti, a chiedere l’avvio di un programma da parte del governo, ma Giuseppe Ferrero è scettico: «Non mi sembra, questa, una classe politica in grado di prendere decisioni di questa importanza e occorre anche tener presente che, al momento, il grosso delle somme a disposizione del governo viene impegnato nelle misure di contenimento delle conseguenze economiche provocate dal coronavirus. Temo che, ancora una volta, noi dovremo rimboccarci le maniche e fare da soli».

Con tutte le difficoltà del caso: «Anche di carattere logistico – racconta – perché pensi che per andare in Turchia, dove ho programmato degli incontri di lavoro, il primo volo che potrò utilizzare sarà quello del 12 maggio e che mi costringerà a passare per Kiev, in Ucraina e mi farà trascorrere praticamente tutto il giorno in viaggio. Il virus ha anche queste conseguenze».

Ma non è certo questo a scoraggiarlo: «Nemmeno per sogno e, anzi, proprio quegli otto giorni di solitudine mi hanno dato una grinta ed una voglia di fare ancora maggiori. Far vivere e prosperare le nostre imprese è un obbligo – dice Ferrero – soprattutto in un momento in cui è tutto più difficile, compreso il farsi pagare dai clienti». E non solo da quelli italiani: «Dobbiamo ricevere 116mila euro da un cliente polacco – conferma Giuseppe Ferrero – e non è certo l’unico insoluto con il quale ci confrontiamo, ma non ci fermeremo certo per questo».

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