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Coronavirus: l’impatto sull’industria globale

Quale scenario si prospetta per i produttori di acciaio e quali rischi corrono nel confronto con la Cina

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Dalle tensioni commerciali tra Stati Uniti, Cina ed Europa, al nodo persistente dell’indebitamento globale, passando per la delicata gestione del post-Brexit, oltre all’attuale questione del coronavirus, che vede direttamente coinvolti sempre di più anche gli Stati Uniti e l’Europa: il quadro dei rischi globali nel 2020 ricalca ed intensifica di molto le criticità economico-finanziarie e politico-sociali che avevano caratterizzato lo scorso anno.

Tali fattori, insieme alla debolezza già in atto del ciclo economico di diversi Paesi avanzati, rallenteranno fortemente l’attività economica globale – che già nel 2019 aveva messo a segno il ritmo di crescita più basso dell’ultimo decennio – e soprattutto il commercio internazionale. Tutto questo avrà un impatto rilevante anche sul settore siderurgico a livello globale che sta alla base di diverse filiere la cui produzione verrà ridotta anche a seguito dei provvedimenti di chiusura delle fabbriche che svolgono attività “non indispensabili”. L’intensità dell’impatto dipenderà dalla durata della crisi pandemica, della quale è difficile fare una previsione, poiché essa si è manifestata con delle sfasature da un Paese all’altro che allungheranno i tempi di un ritorno alla normalità.

La produzione globale di acciaio alla prima dell’esplosione della pandemia

All’inizio della diffusione del contagio da coronavirus, la produzione di acciaio dava già segni di rallentamento, con un incremento soltanto dell’1% rispetto ai primi due mesi del 2019. L’area con la frenata più brusca è quella dei paesi dell’Ue, con un calo della produzione di oltre il 9%. Ad eccezione di Francia, Finlandia e Slovenia, tutti gli altri Paesi hanno evidenziato riduzioni della produzione, seppure con intensità diverse: dal -36% della Spagna, al -10,9% della Germania e al -2,3% dell’Italia.

Negli altri Paesi europei extra-Ue, i volumi produttivi sono cresciuti del 10,3%, con la Turchia a fare da traino con un +12,7%. Nei paesi della Comunità degli Stati Indipendenti (CIS), la produzione è calata dello 0,6% a causa, soprattutto, della Russia (-3,2%). Nel Nord America, la produzione si è ridotta dell’1,4%, in quanto l’aumento registrato negli Stati Uniti (+2,4%) è stato più che compensato dalla contrazione della produzione in Messico (-16%) ed in Canada (-4,6%). In Sud America il calo della produzione del 6% è da attribuire soprattutto al Brasile (-6,4%), principale Paese produttore dell’area. Nella regione mediorientale si è registrato un forte incremento della produzione di acciaio (+26,2%), dovuto in particolare all’Iran (+40,5%) che ha guadagnato due posizioni nella classifica dei primi dieci Paesi produttori, piazzandosi al nono posto prima di Brasile ed Italia ed a poca distanza da Turchia e Germania. Infine, in Asia la produzione di acciaio è cresciuta del 2%, con la Cina saldamente al primo posto, con un incremento di oltre il 3%. In India la produzione è invece calata leggermente (-0,8%), mentre in Giappone è aumentata dell’1,7%. In controtendenza la Corea del Sud, che ha registrato una diminuzione della produzione del 3,4%.

Il corona virus ha solo rallentato la crescita della produzione di acciaio in Cina

La produzione cinese di acciaio è quindi aumentata nonostante la diffusione dell’epidemia da coronavirus, che ha avuto l’epicentro nella regione dello Hubei dove viene prodotto circa il 6% (70 milioni di tonnellate) dell’acciaio nazionale. Mentre la produzione ha continuato ad aumentare, seppure a ritmi sempre più ridotti, le interruzioni nei trasporti e nella logistica, dovute alle difficoltà negli spostamenti provocate dal diffondersi dell’epidemia, hanno causato una crescita delle scorte. Secondo la China and Steel Association, le scorte di prodotti siderurgici a fine febbraio superavano del 45% quelle dei primi due mesi del 2019. L’aumento delle giacenze unito alla debolezza della domanda ha messo sotto pressione i prezzi dei prodotti siderurgici in Cina e nel mondo, alimentando la preoccupazione che la Cina ritorni ad inondare i mercati con esportazioni a basso costo.

Nonostante il rallentamento dell’economia nei paesi più sviluppati e le tensioni commerciali con gli Stati Uniti, le acciaierie cinesi non hanno diminuito la produzione per sfruttare il più a lungo possibile il trend positivo dei margini di profitto dei due anni precedenti. Nei prossimi mesi la domanda interna di acciaio tornerà a crescere gradualmente, in relazione con la ripresa dell’attività produttiva dei due principali settori utilizzatori di acciaio, le costruzioni e l’automotive, che complessivamente assorbono oltre il 60% della produzione di acciaio e che sono stati i più colpiti dal blocco dell’attività causata dal coronavirus. La World Steel Association stima che nel 2020 l’aumento del consumo interno cinese di acciaio non supererà l’1%, contro il 7,8% nel 2019.

Le ripercussioni in Europa

Il calo della domanda di acciaio già in atto nel settore dell’automotive ed il rallentamento in tutti gli altri settori utilizzatori a seguito dei provvedimenti di blocco dell’attività provocheranno un calo della produzione di acciaio che difficilmente potrà essere recuperato nel corso del 2020. Considerando che è difficile oggi prevedere quando sarà il momento di riaprire le fabbriche e che ci vorranno diversi mesi perché queste ricomincino a funzionare a pieno regime, in questo frangente le imprese siderurgiche europee dovranno fare in modo di calibrare la produzione all’andamento della domanda interna, perché sui mercati internazionali la sovra produzione cinese farà da barriera utilizzando la leva prezzo.

Inoltre, permanendo i dazi all’import di prodotti siderurgici negli Stati Uniti, i produttori cinesi cercheranno di collocare i propri stock sul mercato europeo, esercitando una pressione sui prezzi. Ciò potrebbe provocare una compressione dei margini delle imprese siderurgiche europee alle prese con una domanda interna anemica ed un elevato rischio di pagamento dei clienti a corto di liquidità. In questo contesto non è da escludere un’ulteriore concentrazione di capacità produttiva in capo dai player più forti alla ricerca di economie di scala e politiche di difesa dai concorrenti esteri più efficaci.

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