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Federacciai: «Congiuntura positiva. Bene il Pnrr»

Alessandro Banzato: «Made in Steel ha saputo cogliere l’essenza del momento»

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Un momento di condivisione del ritorno alla normalità, in un posto dove potersi sentire come a casa. Così il presidente di Federacciai Alessandro Banzato ha descritto l’assemblea annuale dell’associazione, ospitata per il 2021 da Made in Steel.

Una manifestazione che, secondo lo stesso Banzato, con il titolo "Renaissance" «ha saputo cogliere l’essenza del momento, rappresentando sinteticamente il sentimento e la speranza che pervade tutti noi da qualche mese a questa parte».

Pur nel percorso tortuoso di risalita, il presidente dei siderurgici italiani conserva l'ottimismo sul fronte della rinascita del modo in cui fare acciaio, ribadendo che però, in un contesto come quello attuale, servirà il supporto delle istituzioni nazionali ed europee per poter arrivare alla vetta.

Mercato oltre le aspettative

Riguardo al mercato, il presidente, nel capitolo della propria relazione dedicato alla congiuntura, ha detto chiaramente che «a un anno di distanza dalla precedente assemblea, ci troviamo di fronte a una congiuntura positiva che nemmeno i più ottimisti di noi osavano immaginare». Un trend positivo che dovrebbe rafforzarsi ulteriormente quando i fondi del Pnrr «si tradurranno in cantieri e investimenti».

Dopo aver descritto lo scenario di crescita attraverso le statistiche nazionali, Banzato ha dedicato un passaggio importante alle tensioni di filiera che hanno accompagnato lo shortage di materiale in concomitanza con il rinnovo della Salvaguardia Ue.

Banzato ha puntualizzato gli elementi che hanno contribuito a creare l’anomalia, lanciando anche una stoccata all’intero sistema: «La cosa che mi fa specie – e che ci deve fare riflettere – è che come filiera siamo sempre molto coesi quando le cose vanno male, mentre le divisioni o incomprensioni aumentano quando le cose vanno molto bene… A mio avviso un dialogo costruttivo fra di noi è fondamentale, ma deve partire dalla condivisione del fatto che la produzione di acciaio nazionale (ed europea) è strategica ed è un valore per tutta la filiera, a monte e a valle. Se la produzione soffre o viene danneggiata, i fornitori di materie prime e gli utilizzatori non possono, prima o poi, che patirne pesanti conseguenze. Ascoltare le sirene dei Paesi che, grazie a vincoli e costi molto più bassi dei nostri ti offrono alti volumi a prezzi bassi, è molto pericoloso perché quando gli stessi dovessero rendersi conto che sfinite le aziende locali hai veramente bisogno di loro, incomincerebbero a mandare il materiale quando ne hanno voglia ed ai prezzi che decidono loro. Se si concorda in modo chiaro ed esplicito su questo punto, e cioè la difesa della produzione di acciaio nazionale ed europea, diventa più semplice la ricerca di convergenze e soluzioni condivise».

Nuova geografia e cambiamenti climatici nelle sfide internazionali

«La nuova geografia dell’acciaio vede la posizione preminente della Cina e l’avanzare di Paesi emergenti come l’India, Turchia ed Iran che hanno una spiccata vocazione alle esportazioni dato anche il tenore dei consumi interni. Stiamo parlando di siderurgie dove i livelli di attenzione alle problematiche di sostenibilità ambientale e sociale non sono certo paragonabili a quelli europei, ma al contempo di impianti di recente fabbricazione se si pensa che negli ultimi 25 anni la Cina ha aumentato la produzione di 970 milioni di tonnellate, l’India di 80 milioni, l’Iran di 24 e la Turchia di 23. È pertanto comprensibile che la tendenza in atto in Europa – il Green Deal – potrebbe generare asimmetrie competitive che, se non gestite in tempo, porterebbero alla sparizione della siderurgia continentale o alla progressiva delocalizzazione della stessa in aree del mondo soggette a meno vincoli. I processi di cambiamento in corso devono pertanto essere accompagnati da misure di difesa e sostegno che consentano alla siderurgia europea non solo di sopravvivere, ma anche di mantenere quelle marginalità che occorrono per continuare a investire e raggiungere gli ambiziosi obiettivi dati».

Una introduzione di capitolo incisiva per evidenziare come le sfide che anche la siderurgia italiana è chiamata ad affrontare abbiano un’ampia vocazione europea e richiedano che soprattutto dall’Europa arrivi l’attenzione necessaria a far sì che la propria siderurgia resti competitiva.
In questo suo discorso di fronte ai membri della Federazione, Banzato ha sottolineato di vedere di buon occhio il sistema del Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) e con criticità l’ETS e i prezzi delle emissioni di CO2 ad esso, legati perché soggetti all’ingresso della speculazione finanziaria, che distorce il circolo virtuoso che l’Ue vorrebbe creare. Da Banzato anche un suggerimento ai legislatori europei per l’introduzione del «meccanismo di “export rebate”, peraltro avallato da autorevoli pareri legali, che lo hanno giudicato pienamente compatibile con le regole del WTO. Un tale meccanismo sarebbe invece fondamentale per tutelare le esportazioni dei prodotti siderurgici europei, sostenendo il PIL e l’occupazione di Paesi industrializzati come l’Italia».

«L’evolversi delle discussioni e dei progetti impongono non solo misure difensive per gestire il transitorio, ma anche e soprattutto azioni di politica industriale che accompagnino, a condizioni competitive salvaguardate, gli ambiziosi obiettivi che l’auspicata transizione energetica sta già ponendo» ha aggiunto il presidente di Federacciai, auspicando un migliore dosaggio degli obiettivi ambientali nel tempo.

Parlando di decarbonizzazione in Italia, Banzato ha tracciato un quadro chiaro, lanciando anche al titolare del MiSe Giancarlo Giorgetti, in platea, priorità e aspetti di lavoro su cui anche il Governo dovrà essere parte attiva. «Per quanto riguarda la decarbonizzazione – ha aggiunto -, l’impulso da dare alle rinnovabili e all’idrogeno – soprattutto se si pensa alle sfide che pone l’accelerazione in corso – quanto previsto dal PNRR è invece, passatemi la battuta, solo un corposo antipasto… I progetti devono tenere conto del progressivo consolidamento delle tecnologie e anche dei costi che, solo per i produttori italiani dei settori Hard to Abate, sono stimati in 15 miliardi di euro nei prossimi 10 anni. È evidente che un percorso di questo tipo non può essere sostenuto solo dalle imprese, ma servono sostegni europei e nazionali la cui certezza sia coerente con la determinazione degli ambiziosi obiettivi prefissati».

In questo caso il suggerimento di Federacciai è l’istituzione di un fondo per la decarbonizzazione dei settori Hard to Abate; inoltre si potrebbero «avviare con Paesi terzi delle interconnessioni green, sfruttando peraltro l’importante esperienza che abbiamo maturato con Interconnector».

Le sfide della decarbonizzazione

La spinta europea alla decarbonizzazione crea altre due perplessità per la siderurgia italiana, che per l’84% produce da forno elettrico. «La prima è una potenziale asimmetria delle misure di accompagnamento e sostegno alla decarbonizzazione. Sarebbe infatti paradossale se il processo meno emissivo, ovvero l’elettrosiderurgia, venisse dimenticato o penalizzato a tutto vantaggio delle produzioni a ciclo integrale, attività produttiva predominante in Paesi che sulla bilancia degli equilibri europei contano non poco: in particolare la Germania (67,7% da ciclo integrale), la Francia (67,5%), l’Austria (90%), l’Olanda (100%) e il Belgio (68,2%). Un totale, solo per queste 5 nazioni, di quasi 50 milioni di tonnellate all’anno prodotte da altoforno».

La paura è che la riconversione di queste tecnologie più inquinanti consumi la maggior parte delle risorse disponibili. «La seconda preoccupazione che abbiamo, sempre come elettrosiderurgici, è legata alle soluzioni tecniche che si stanno profilando per la decarbonizzazione dei processi a ciclo integrale. Al netto delle ipotesi di “carbon capture”, le soluzioni che al momento si intravedono sono sostanzialmente tre: la conversione ad idrogeno, che sicuramente ha tempi di implementazione medio lunghi; vari accorgimenti tecnici, tra i quali l’aumento della carica di rottame nei convertitori che trasformano la ghisa di altoforno in acciaio (si parla di passare dall’attuale 10/15% ad un massimo del 30%); la sostituzione di una parte di altoforni con forni elettrici alimentati a preridotto. È evidente che uno dei perni del cambiamento sarà il rottame e questo potrebbe creare forti tensioni sul mercato, soprattutto italiano».

Per questo Federacciai è tornata a chiedere «l’adozione a livello europeo di misure che consentano di mantenere il rottame nel continente, evitando un drenaggio di risorse a vantaggio di Paesi Terzi che, oltre a non garantire i nostri standard ambientali e di sostenibilità, ad esempio nella gestione dei rifiuti, non hanno vincoli di riduzione della CO2 comparabili a quelli europei». Inoltre «deve essere valutata l’opportunità di favorire l’importazione di rottame di alta qualità e di incentivare la produzione di materiali alternativi come, ovviamente, il preridotto. Noi riteniamo che l’installazione di nuova capacità produttiva da forno elettrico, in Italia come in Europa, non può non essere vincolata a garanzie in termini di approvvigionamento di preridotto. Questo potrà avvenire o attraverso la realizzazione in sito di impianti di preriduzione o attraverso contratti di lungo termine di HBI prodotto in Paesi Terzi, magari con il sostegno industriale e finanziario delle aziende italiane o europee interessate»

A livello congiunturale non poteva mancare un passaggio sull’energia, viste le difficoltà che le aziende stanno affrontando in queste settimane dopo i corposi rincari che si stanno verificando in bolletta e dove è necessario mantenere un atteggiamento in grado di garantire la competitività internazionale delle produzioni nazionali.

Nelle grandi crisi Taranto e Terni promosse, Piombino rimandata

Prima di entrare nello specifico delle singole aziende, Banzato ha ribadito il proprio pensiero in materia dell’entrata statale nelle aziende in crisi. «Avevo detto e ribadisco che nonostante le resistenze psicologiche che derivano dalla storia della siderurgia di Stato, siamo consapevoli che ci sono momenti storici in cui la presenza transitoria dello Stato è possibile e necessaria se il fabbisogno di investimenti per il rilancio, in costanza di perdite, porta a tempi di esecuzione e ritorno che sono insostenibili per un investitore privato. Tutto questo assume una valenza ancora maggiore se si pensa alle sfide imposte, nel breve e medio termine, dalla decarbonizzazione che non può che essere gestita, come detto prima, solo attraverso importanti misure di accompagnamento pubbliche, siano esse nazionali od europee. Uno Stato, quindi, che può svolgere una funzione determinante nel risanare e rilanciare gli assets per poi ricollocarli, valorizzati, sul mercato».

Sull’ex Ilva Banzato ha evidenziato come le recenti problematiche legate al mercato dei coils sono « la prova del nove della strategicità di Taranto, Cornigliano e Novi».

«Più complesso il caso di Piombino. Ribadisco in questa sede la mia stima e ammirazione per l’imprenditore Sajjan Jindal. È un siderurgico di primordine ed ha fatto grandi cose in India sia dal punto di vista tecnologico che per quanto riguarda i risultati in termini di sostenibilità e profittabilità. Non capisco però cosa vuole fare veramente a Piombino, anche perché in tre anni non abbiamo mai avuto, come Federacciai, l’occasione di incontrarlo e di confrontarci con lui e con i suoi collaboratori. Quello che posso dire si riferisce pertanto esclusivamente alla lettura della rassegna stampa e negli ultimi mesi, l’evocazione di un coinvolgimento di Invitalia, desta in tutti noi grande preoccupazione… I problemi sociali, ribadisco, vanno rispettati e per farlo seriamene vanno abbandonate le attività fuori mercato e indotte nuove intraprese produttive che rispondano alle esigenze reali della domanda».

Applausi invece sia a Marcegaglia che ad Arvedi per la corsa ad Acciai Speciali Terni, con i complimenti a quest’ultimo per essersi aggiudicato l’asset riportandolo in mani italiane. «La risoluzione positiva della questione di Terni non fa però venir meno la necessità – più volte ribadita sia da noi che dalle Organizzazioni Sindacali – di avviare un confronto con il MISE su un Piano Strategico della siderurgia del nostro Paese».

L’ultimo messaggio lanciato dal Presidente Banzato è comunque ancora all’insegna dell’ottimismo: «Siamo pronti a porci obiettivi sempre più sfidanti perché l’esperienza ci ha insegnato che se ci si accontenta troppo del presente si è destinati a non avere un futuro».


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