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Coronavirus: Piemonte e Valle d’Aosta in ansia

In attesa della “Fase 2” si cominciano a fare i conti dei danni che il lungo lockdown ha determinato

La ripartenza, certo. La filiera siderurgica di Piemonte e Valle d’Aosta guarda a Roma e spera di ricevere notizie incoraggianti, ma pur avendo tentato di resistere e di limitare i danni conseguenti dal lockdown, non può che iniziare a confrontarsi con una realtà che, a parere di tutti, sarà drammatica sotto il profilo economico.

ArcelorMittal CLN di Caselette (TO), spiega il managing director Cesare Viganò, «lavora solo per quei clienti che sono in grado di dimostrare di essere titolari di un codice Ateco che li autorizza ad operare per le filiere essenziali e questo ci porterà, nel mese di aprile, a perdere il 90% del fatturato».

Che «insieme al 35% già lasciato per strada a marzo ed al 65% a cui prevediamo di perdere a maggio, non ci rende certo fiduciosi in previsione del bilancio annuale. Soprattutto perché poi arriverà l’estate e credo di poter realisticamente affermare che dei primi sette mesi dell’anno ne perderemo complessivamente almeno tre».

Anche ArcelorMittal CLN potrebbe adottare una strategia analoga a quella prospettata – non fermare le produzioni durante il mese di agosto – da Masimiliano Burelli, ad di Acciai Speciali Terni, nel corso del webinar organizzato da siderweb martedì scorso: «Potremmo ipotizzare una riduzione del tempi di fermata – dice Viganò – e invece delle solite tre settimane si potrebbe pensare ad una decina di giorni a cavallo di ferragosto».

Anche il Mollificio Valli di Oleggio Castello (NO), che pure si è fermato «per soli tre giorni», racconta il technical & sales manager Angelo Passarotti, si prepara a dover fronteggiare «conseguenze pesantissime per un’attività che, al momento, visto che lavoriamo solo per una trentina di clienti “certificati”, si attesta sul 25% delle nostre potenzialità».

Con «molti dei nostri utilizzatori abituali, oltre che dall’Italia anche negli Stati Uniti, in Francia e in Africa, che ci hanno chiesto di posticipare le consegne, con il risultato che le nostre previsioni sono di una riduzione del 60% del fatturato anche nel mese di maggio, dopo quella del 75% di aprile».

Secondo Passarotti il 2020 «non sarà certamente migliore del 2009, quando sempre a causa di una crisi globale, anche se di diverso genere, registrammo un calo del fatturato annuale del 40%».

Quanto alla Fomec di Mondovì (CN), spiega l’amministratore delegato Mario Gussago, «si lavora al 40% delle nostre potenzialità e con la metà del personale, potendo fornire i nostri forgiati solo ai clienti che operano nelle filiere essenziali».

E anche qui si registrano «le richieste di posticipo, quando non di annullamento, di molti ordinativi in quanto molti clienti esteri, stante il lockdown imposto in Italia ma non altrove, hanno deciso di rivolgersi a fornitori dei loro Paesi».

E per la Fomec questo è un duro colpo «perché il nostro export diretto – spiega Gussago – è pari a circa il 15% delle produzioni, ma essendo parte di una catena di supply chain composita e molto orientata ai mercati esteri, la quota di esportazione annuale si avvicina al 50%».

Marcia a scartamento ridotto pure alla Cuneo Inox dove «siamo a circa il 30% delle nostre potenzialità – spiega Paola Chiecchio – visto che serviamo solo clienti in possesso di tutte le autorizzazioni di legge e che molti dei nostri referenti abituali non hanno ancora ripreso a lavorare».

Di sicuro per l’azienda, che dopo aver fermato gli impianti a marzo li ha rimessi in marcia all’inizio di aprile, «il danno economico, che potremo certo quantificare con precisione solo a fine anno, sarà notevole e per questo dobbiamo sperare che il governo sia in grado, intanto, di rispettare gli impegni già presi, ma anche di ottenere maggiore attenzione da parte dell’Europa».

Ma dal loro osservatorio emerge anche un altro problema del quale si dovrà tener conto: «La nostra clientela è molto diversificata e va dal piccolo fabbro alla grande industria e temiamo che, soprattutto per i più piccoli, chiudere un anno con forti cali di fatturato potrebbe determinare un declassamento da parte delle banche, innescando una spirale negativa che potrebbe essere fatale».

Momento difficile anche per la Borgotti di Verbania-Pallanza (VB) che, pur trovandosi in “zona rossa”, ha sempre tentato di resistere, ma che sta pagando caro, come spiega Luca Lanzalacqua, il lungo lockdown «che ci sta davvero mettendo a dura prova, soprattutto perché con il passare del tempo non registriamo segnali incoraggianti. Ora siamo come tutti in attesa delle nuove decisioni del governo attese per i prossimi giorni, ma è chiaro che dovremo prepararci a conseguenze pesanti per i conti aziendali».

Infine Cogne Acciai Speciali, che ha ripreso la produzione il 6 aprile scorso. «Sulla base dell'accordo siglato con i nostri sindacati – ha spiegato l’azienda – l'attività produttiva riprende nell'ambito delle catene di approvvigionamento - come indicato dal relativo Decreto del primo ministro; supportando così il nostro servizio di spedizione (che non ha mai smesso di funzionare) e garantendo così la continuità necessaria per alimentare la catena di approvvigionamento dei nostri settori industriali strategici, grazie anche ai nostri magazzini appositamente dedicati».

Il ritorno alla produzione industriale di Cogne Acciai Speciali «è stato reso possibile dall'adozione di un nuovo modello organizzativo che, attraverso l'adozione delle migliori pratiche, incorpora le disposizioni del protocollo firmato dal ministero, dai sindacati e dalle organizzazioni commerciali al fine di continuare a operare con i più alti standard di sicurezza possibili per i nostri lavoratori in relazione a Covid-19».


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