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Coronavirus: le misure a sostegno dell’economia

L’analisi comparata dei provvedimenti presi dai vari Paesi messa a punto da Gianfranco Tosini

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I governi di tutto il mondo si sono mobilitati (o lo stanno facendo) a sostegno dell’economia messa in ginocchio dal Covid-19. La complessità della crisi richiede misure economiche e finanziarie per certi aspetti innovative. Non siamo infatti di fronte ad una recessione come le altre, perché la sospensione delle attività non essenziali è stata imposta per motivi non economici. Non siamo neanche in presenza di un’economia di guerra, in cui tutta l’attività viene mobilitata a favore dello sforzo bellico. Siamo minacciati da una pandemia rispetto alla quale nessuno stimolo economico, nessun taglio dei tassi, nessun quantitative easing farà riprendere l’attività delle imprese prima della fine del lockdown. Fino ad allora bisognerà lavorare per debellare il virus ed evitare il più possibile il deterioramento di un tessuto economico che è come congelato.

Le spese sanitarie, priorità della politica economica

Le priorità della politica economica sono in primo luogo le spese sanitarie: medici, infermieri, ospedali, laboratori, imprese del settore sanitario sono in prima linea e toccherà a loro porre termine all’epidemia, o quanto meno ridurre di molto la diffusione del contagio da coronavirus, altrimenti è difficile affrontare la crisi economica dalla stessa indotta. Per questo motivo quasi tutti i Paesi del mondo hanno aumentato le spese sanitarie. Le cifre non sono altissime e raramente si arriva all’1% del PIL. Il fattore cruciale, in questo campo, è il tempo, mentre le risorse sono disponibili. Il programma più generoso è quello degli Stati Uniti: 8,3 miliardi di dollari (circa 7,7 miliardi di euro) dei quali 3 miliardi destinati alla ricerca e 5,3 miliardi a spese e salari, che altri Paesi hanno invece deciso di aumentare in modo permanente o con la concessione di bonus. Gli 8,3 miliardi degli USA rappresentano soltanto lo 0,04% del PIL e lo 0,4% dei 2.200 miliardi (10,6% del PIL) che sono stati predisposti in totale dal governo di Washington. La Francia ha dedicato allo sforzo sanitario 4 miliardi di euro (lo 0,16% del PIL) e la Germania 3,5 miliardi (0,10% del PIL), ma ne sono stati accantonati altri 58,5 in caso di necessità. L’Italia ha finora stanziato 3,5 miliardi di euro, pari allo 0,19% del PIL ed al 14% dei 25 miliardi di euro complessivamente previsti nel decreto “Cura Italia” di marzo.

Lo sforzo per evitare il deterioramento dell’economia

La parte maggiore dello sforzo richiesto ai governi riguarda le risorse necessarie per evitare il deterioramento del tessuto economico durante la fase di interruzione delle attività. L’idea è fare del lockdown un lungo periodo di ferie dopo il quale le attività riprenderanno come se nulla fosse accaduto. Gli effetti della pandemia differiscono, però, da questo scenario ideale perché è giunta in gran parte inattesa, con delle sfasature tra i diversi Paesi, ed è incerta nella sua durata. Per capire quanto lunga sarà la recessione provocata da questa pandemia, è utile considerare un precedente storico: la pandemia influenzale del 1918-1919, la cosiddetta Spagnola, provocata da un virus per molti aspetti simile al Covid-19. La recessione provocata dalla Spagnola durò solo sette mesi, la seconda più breve recessione del secolo scorso. E ciò nonostante quell’epidemia si sia manifestata con tre onde distinte, verificatesi rispettivamente nella primavera 1918, l’autunno 1918 e l’inverno 1018-1919. La relativa brevità di quella recessione è probabilmente dovuta al fatto che, una volta arrestata la diffusione del virus, l’attività economica è ripartita rapidamente. L’esperienza della Spagnola conforta la decisione della maggior parte dei Paesi, durante l’epidemia del 2020, di chiudere tutti in casa. I dati sulle richieste di disoccupazione negli Stati Uniti e della cassa integrazione in Italia mostrano che mantenere l’economia in ibernazione, con una perdita minima di posti di lavoro, sarà molto difficile, se non impossibile. In ogni caso, i governi sono impegnati a “sostituire” i flussi di cassa che famiglie ed imprese non avranno con liquidità fornita a costo zero, o anche a fondo perduto o con garanzie sui prestiti concessi alle imprese. I Paesi con maggior spazio fiscale hanno varato piani molto ambiziosi; escludendo gli impegni presi con le garanzie statali, gli Stati Uniti hanno stanziato un pacchetto del valore del 10% del PIL, l’Australia del 9,7%, la Svezia fino al 9,2%, l’Austria del 9%, l’Estonia del 7%, la Finlandia del 6,4% (un pacchetto disegnato, secondo il governo, in modo da avere un impatto pari al 21%), il Canada del 6%, la Germania del 4,5%, la Francia dell’1,8% e l’Italia dell’1,5%. Le misure prese sono ovunque molto simili:

- somme versate ai lavoratori, dipendenti e autonomi, e alle micro imprese per importi diversi da paese a paese: negli Stati Uniti, 1.200 dollari per ciascun cittadino americano con reddito fino a 75.000 dollari, cui si aggiungono 500 dollari per ciascun figlio a carico; in Germania 50 miliardi di euro di sovvenzioni, tramite sussidi, pari a 9.000 mila euro per lavoratori autonomi ed imprese fino a 5 dipendenti e pari a 15.000 euro i ad imprese con meno di 10 dipendenti; in Francia , pacchetto da 45 miliardi di euro da destinare a micro imprese e lavoratori autonomi; in Italia, pacchetto da 15 miliardi di euro a favore dei lavoratori dipendenti (cassa integrazione ordinaria e cassa integrazione in deroga) e ai lavoratori autonomi, professionisti e co.co.co (600 euro netti mensili);

- sconti e rinvii di tasse, sospensione pagamento di bollette e affitti (in Italia credito d’imposta pari al 60% dell’affitto). Per quanto riguarda la sospensione di tasse e contributi, in Italia questa non riguarda solo le filiere più colpite ed i contribuenti fino a 2 milioni di fatturato, come previsto dal decreto “Cura Italia”, ma tutti i soggetti con ricavi o compensi fino a 50 milioni nel 2019 e che abbiano avuto un calo del fatturato di almeno il 33% a marzo ed aprile rispetto agli stessi mesi del 2019. Per i contribuenti con ricavi e compensi oltre 50 milioni serve invece un calo del 50%.

Diversi paesi hanno stanziato dei fondi per aiutare le imprese esportatrici. Il governo italiano, con il nuovo decreto “liquidità imprese”, ha stanziato un fondo di garanzia pari a 200 miliardi di euro a sostegno delle esportazioni. La Francia ha destinato 4 miliardi di euro alle start-up, su cui punta molto. Altri governi ne hanno approfittato per introdurre misure permanenti per la popolazione più povera e modificato la tassazione sulle imprese in modo da sostenere la loro liquidità

I provvedimenti a sostegno della liquidità delle imprese

I provvedimenti di sostegno alla liquidità delle imprese riguardano due tipologie di interventi: la moratoria straordinaria ed il potenziamento degli strumenti di garanzia. La prima, destinata a micro, piccole e medie imprese, consente, su richiesta del debitore, di mantenere le attuali linee di credito per garantire la liquidità durante la fase più critica della caduta produttiva connessa all’epidemia. La misura è rivolta a imprese che dispongono di linee di credito da banche o altri intermediari finanziari e che sono in regola con i pagamenti. Il volume di prestiti oggetto di tale misura varia da Paese a Paese, in Italia è stimato dal MEF in circa 220 miliardi di euro. Per attenuare gli impatti sulle banche di un possibile peggioramento della qualità del credito al termine della moratoria, è prevista l’attivazione della garanzia pubblica per coprire (parzialmente) le posizioni interessate dalla norma. In Italia, a questo scopo, è stata attivata una sezione speciale del Fondo Centrale di Garanzia con un finanziamento dedicato di oltre 1,7 miliardi di euro.

Il potenziamento degli strumenti di garanzia è stato effettuato da tutti i Paesi, sebbene per importi e modalità di utilizzo molto diversi. Negli Stati Uniti è stato costituito un fondo di garanzia di 350 miliardi di dollari (322 miliardi di euro) a favore delle PMI e un fondo di 500 miliardi di dollari (459 miliardi di euro) per il sostegno a favore delle società maggiormente colpite dalla crisi. Al governo viene data anche la facoltà di entrare nel capitale di queste aziende.

Nel Regno Unito è stato costituito un fondo di 330 miliardi di sterline (375 miliardi di euro) per garantire i prestiti concessi alle imprese. Per le PMI è prevista una garanzia sulla liquidità da 25mila sterline, mentre le aziende più colpite dall’epidemia beneficiano del congelamento delle tasse per un anno.

In Germania è stato costituito un fondo per la stabilizzazione dell’economia di 600 miliardi di euro destinato, per 400 miliardi di euro, a garantire i finanziamenti delle imprese, per 200 miliardi di euro a fornire nuove risorse alla KFW, l’istituto di credito per la ricostruzione nato nel 1948 per gestire i fondi del piano Marshall.

In Francia è stato costituito un fondo di garanzia sui prestiti ad imprese di qualsiasi dimensione. Il prestito può rappresentare fino a 3 mesi di fatturato del 2019 o 2 anni di buste paga per società innovative. Non è richiesto alcun rimborso il primo anno ed il prestito può essere ammortizzato entro un periodo massimo di 5 anni.

In tutti questi Paesi la garanzia pubblica ha un costo (commissione), commisurato all’importo del finanziamento, e copre fino al 90% del prestito.

In Italia, il pacchetto messo in campo dal decreto “Cura Italia” ha destinato circa 4 miliardi per assicurare la necessaria liquidità alle imprese, con un effetto complessivo sul credito di circa 300 miliardi di euro a cui si sono aggiunti altri 400 miliardi di garanzie previste nel decreto “liquidità alle imprese”, di cui 200 miliardi per i finanziamenti export. Ci sono diverse fasce di intervento a seconda dell’importo del prestito e anche del fatturato dell’azienda. Per i prestiti più piccoli, fino a 25 mila euro, è prevista per tutti una procedura super agevolata, senza istruttoria né da parte delle banche né da parte del fondo di garanzia. In questo caso la garanzia pubblica è pari al 100%. Per i prestiti fino a 800 mila euro e per chi fattura meno di 3,2 milioni di euro, la garanzia pubblica resta al 100%, ma con una valutazione dell’impresa fatta dal Fondo. Valutazione che non riguarda la situazione attuale (altrimenti nessuno prenderebbe nulla) ma gli ultimi due anni, con bilanci e dichiarazioni fiscali. Oltre gli 800 mila euro, e con un tetto massimo di 5 milioni, la valutazione resta, mentre la garanzia scende al 90%. Può tornare piena, cioè al 100%, solo con l’intervento dei consorzi di garanzia collettiva dei fidi (Confidi). Per le aziende con più di 499 dipendenti, la garanzia viene rilasciata non dal Fondo di garanzia delle PMI, ma dalla Sace, società controllata dalla Cassa Depositi e Prestiti, che si occupa di assicurazione e servizi finanziari. Anche qui l’intervento è diviso per fasce. In questo caso la garanzia pubblica non è mai del 100%. Arriva fino al 90% per le aziende che hanno meno di 5 mila dipendenti ed un fatturato fino a 1,5 miliardi di euro. Scende all’80% per quelle che hanno un fatturato tra 1,5 e 5 miliardi di fatturato. Scende al 70% per quelle che hanno un fatturato superiore a 5 miliardi di euro. Il pacchetto liquidità per le imprese più grandi è in ogni caso sospeso fino all’approvazione della Commissione europea. In tempi normali sarebbe stato probabilmente bocciato da Bruxelles perché considerato aiuto di Stato. Una garanzia pubblica così elevata unita ad un tasso di interesse vicino allo zero somiglia in effetti ad un’iniezione diretta di denaro pubblico nel sistema produttivo.

Allo stato attuale, l’intervento italiano a sostegno della liquidità delle imprese (escludendo i finanziamenti all’export) è il più consistente, dopo quello della Germania. Quindi ampio e della durata sufficiente per aiutare a fronteggiare le esigenze di liquidità degli operatori economici. Un gioco di sponda con l’allentamento dei requisiti patrimoniali delle banche da parte del Single Supervisory Mechanism della BCE, nella speranza di una ripresa non troppo lontana nel tempo. Nella fase di ripresa bisognerà poi pensare al sostegno degli investimenti. La proposta francese di un fondo UE temporaneo con questo scopo, non dissimile da quella avanzata dall’Italia, inizia a preparare questa fase due. Quando cioè bisognerà evitare che i debiti contratti dai governi e dai privati, pesino sulla ripresa economica.


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