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«La strada Ferrata»

«Riequilibrare il mercato»

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….l’Italia ha delocalizzato anche le produzioni a valore aggiunto; riportiamole a casa …anziché concedere ammortizzatori sociali a pioggia…(Grazie ad essi) alcuni Distretti industriali vendono le produzioni sottocosto, creando problemi anche ai competitor più virtuosi…
Dopo i primi numeri della rubrica, cominciano ad arrivare i primi commenti da parte vostra. Questa settimana ho scelto quello appena riassunto, perché sicuramente coglie un aspetto critico della situazione in cui si trovano molti comparti della nostra economia. Commentando l’esperienza storica del primo accordo Multifibre, avevo concluso che procedere per clausole e normativa non serve quando il mercato è in forte squilibrio e le pressioni di un’Offerta in eccesso – per volumi e per costi – portano a scelte, maturate in clima di emergenza: in quei frangenti, infatti, il massimo della correttezza che ci si può attendere è il rispetto formale degli accordi sottoscritti, e sottolineo formale, perché la prospettiva è sempre quella di riuscire a superare la crisi di mercato prima e meglio degli altri. La proposta che avevo avanzato ruotava attorno all’idea di ottenere un comportamento virtuoso non per legge, ma per effetto di una condivisione delle priorità da rispettare, grazie anche alla moral suasion assicurata da leadership forti e riconosciute. La mia preoccupazione era quindi rivolta a gestire in modo corretto l’Offerta, mentre il lettore che ho citato guarda alla Domanda, auspicando un riequilibrio di mercato che passi attraverso un recupero di quest’ultima, così da riportarla almeno agli standard su cui si è andata dimensionando la capacità produttiva attualmente disponibile. L’approccio è molto interessante, anche perché solleva almeno due problemi, che stanno segnando in modo quasi irreversibile molti comparti (tra cui quello che qui più ci interessa, ovvero il siderurgico). Alludo ai fenomeni di transplanting per quanto riguarda le scelte dell’impresa e ai sostegni anticongiunturali sul lato delle istituzioni. Il primo è un comportamento dettato da ragionamenti abbastanza immediati: produco dove c’è il mercato (meglio ancora se non mancano attenzioni di favore sul fronte degli oneri): quando l’output è costoso da trasportare e il valore aggiunto è basso, scelte alternative sono dure da trovare. Spesso si cerca un alibi a questa scelta, dolorosa per molti, preoccupandosi di conservare le funzioni strategiche d’impresa in Italia: qui si ricerca, si progettano gli impianti, si fa formazione e, in genere, si impedisce la fuga della cabina di regia. Impegni nobili, ma difficili da rispettare nel tempo, perché la convenienza prima e le esigenze di controllo e di accorciare la catena di comando poi, spingono a ridurre sempre di più tale cabina: forse non dall’attico al monolocale di periferia, ma sicuramente ci si orienta sempre più verso il piedaterre, che è tipicamente un luogo di passaggio e non di investimento stabile. Quando poi le lavorazioni in cui si è forti sono tradizionali e consolidate, gli impianti incorporano molta parte dei know-how produttivi e gli standard di qualità sono globali, difendere la cabina di regia è complicato anche per chi volesse farlo: le competenze in gioco sono così diffuse ovunque che si rischierebbe di tutelare un ambiente vuoto; nella realtà, infatti, il vantaggio competitivo iniziale, rispetto ai produttori dei paesi dove si sono trasferite le operations, è fatto prati sostanzialmente dalle curve di esperienza maturate negli anni; con il trasferimento della produzione, però, anche quest’ultima ha traslocato e oramai quelle curve si costruiscono solo dove si fa esperienza, ovvero nei Paesi dove ci sono gli stabilimenti. Forse il quadro è troppo fosco, ma è difficile non trovarvi elementi di preoccupazione su cui riflettere, soprattutto quando si ha a che fare con produzioni che sono commodity per eccellenza. Sul fronte delle istituzioni, bisogna riconoscere che gli ammortizzatori sociali sono quanto di più positivo ci possa essere per far fronte a crisi congiunturali: nati per consentire alla singola impresa di superare momenti di difficoltà passeggeri, con la trasformazione della crisi diffusa per cui un temporale passeggero diventa tsunami che tutto travolge e niente rispetta, anche lo strumento ne esce snaturato, diventando pilastro strutturale di un aiuto alle imprese, mentre era nato e pensato come aiuto di breve termine. L’effetto che più preoccupa non è quello finanziario (e già questo la dice lunga sulle preoccupazioni che mi agitano, dato il peso delle misure in parola sul bilancio di enti e imprese). L’aspetto più grave mi sembra, infatti, essere la scarsa consapevolezza del fatto che lo strumento sia mutato e che, agendo sulla struttura del mercato, ha effetti molto simili a quelli del capitalismo di stato, spesso lodevole e giustificato in ottica sociale, ma distorcente se lo si considera in termini di confronto competitivo. Il confronto sembra incongruo e per certi versi lo è, visto che gli ammortizzatori non sono capitalismo di stato. Come quello, però, in alcuni casi tiene in vita sistemi che non si sono adeguati al nuovo confronto competitivo, con l’aggravante di essere stati progettati con tutt’altro obiettivo e quindi di generare un side-effect molto negativo, nemmeno parzialmente controbilanciato da ricadute di natura solidaristico-sociale.

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Le rubriche precedenti

 data-mce-src= Rino Ferrata
«Il binario»
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«La storia insegna?»
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«Il passato, il presente e il futuro»

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