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Banzato: «Stato traghettatore per le aziende in crisi»

Per il presidente di Federacciai il 2020 si chiuderà con un calo produttivo del 15%

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Ha spaziato dai dati statistici alle visioni sul futuro dell'Italia e dell'acciaio l'intervento del presidente di Federacciai Alessandro Banzato al webinar di siderweb. L'intervista, a cura del direttore generale di siderweb Lucio Dall'Angelo, era all'interno di Mercato & Dintorni ed ha toccato anche temi di estrema attualità come l'entrata dello Stato nell'Ex Ilva e l'imminente inaugurazione del nuovo ponte di Genova.  

Presidente Banzato, le presentazioni di Giovanni Barone (responsabile Servizio studi UBI Banca) e Stefano Ferrari (Ufficio studi siderweb) hanno descritto un quadro che presenta alcune criticità legate al post pandemia, ma anche elementi strutturali, relativi al nostro settore, che aprono qualche spiraglio. È d’accordo con il quadro descritto?

«I dati presentati da Ferrari sono molto interessanti e soprattutto offrono qualche segnale incoraggiante. Lasciatemi rimarcare alcuni elementi che ritengo importanti. La produzione mondiale è scesa del 6%, ma in modo molto più significativo è diminuita la produzione europea: il 18%, un dato ben 3 volte superiore. La Germania e la Francia, che hanno lavorato nel periodo in cui l’Italia era ferma, adesso stanno scendendo molto, -27% e -34% rispettivamente. Questo per ragioni sia di mercato che per il forte rallentamento dei cicli integrali che in entrambi i Paesi rappresenta il 70% della produzione complessiva».

«L’Italia invece, nonostante la produzione di Taranto sia ai minimi storici, è calata “solo” del 13% su base mensile e del 19,7% su base semestrale. Un recupero, ancora insoddisfacente, e legato sia ad una ripresa del comparto delle costruzioni che alla flessibilità dei forni elettrici italiani che rappresentano l’80% della produzione. Inoltre a riprova della, seppur debole, ripresa del mercato delle costruzioni c’è il fatto che diversi produttori di tondo lavoreranno ad agosto fermando solo il minimo indispensabile».

«Ritengo molto interessante anche la presentazione di Barone anche perché evidenzia come senza politiche industriali che rilancino investimenti e consumi, le maggiori filiere cui appartiene la siderurgia sono e resteranno in grande difficoltà. Colpisce in particolare il settore delle costruzioni, che mostra segnali di debolezza per arrivare anche alla crisi accertata, con un rischio creditizio complessivo alto. Mentre il settore dei mezzi di trasporto va decisamente peggio, caratterizzato da debolezze strutturali e crisi imminente o accertata, a fronte però di un rischio creditizio basso».

Ci siamo sentiti in aprile - ha detto Dall’Angelo - quando eravamo in attesa di riaccendere il motore produttivo, a 4 mesi di distanza, qual è lo scenario che abbiamo davanti e quale quello che ci aspettiamo dopo la pausa feriale? È possibile fare una proiezione sulla produzione? E sugli acciai speciali che sono il core business della sua azienda?

«Ci eravamo sentiti a inizio di aprile ed avevamo alle spalle un marzo con un –40,2% che esprimeva i primi effetti dello tsunami Covid e seguiva due mesi comunque non brillanti: gennaio –4,9% e febbraio +0,1%. Dopo il picco negativo di aprile con –42,5% è iniziato, pur rimanendo in territorio negativo, un significativo recupero che ci ha portato a maggio con -16,3% e giugno con –13%. La diminuzione sul primo semestre si è attestata sul –19,7%. Se questa graduale ripresa dovesse consolidarsi nei prossimi mesi potremmo pertanto ipotizzare una chiusura dell’anno a –15% e lo ritengo un buon risultato alla luce della crisi affrontata. Un risultato in linea con le previsioni presentate da Ferrari per l’Europa. La mia speranza è che si possa fare addirittura qualcosa di meglio, anticipando il deciso recupero previsto per il 2021».

«Per quanto riguarda gli speciali pesa ancora il sostanziale blocco di automotive e meccanica. La visibilità oggi è molto corta ed è difficile fare delle previsioni per dopo le ferie. Stanno però arrivando alcuni timidi segnali di ripresa che se dovessero essere confermati potrebbero dare un graduale recupero che potrebbe tradursi in un quarto trimestre interessante».

Vorrei che ci focalizzassimo sulle varie manovre e sulla decisione della UE sul Recovery fund: ritiene che si potesse fare di più di quanto fatto fin qui? Dove dobbiamo investire per sostenere la ripartenza?

«Rispetto alle premesse ed i timori di qualche settimana fa, è stato un ottimo risultato in chiave economica e finanziaria per quanto riguarda l’Italia ed in chiave politica dal punto di vista europeo. L’Europa ha dato un segnale di Comunità che non si vedeva, forse, dai tempi della CECA. Adesso il buon risultato non deve essere guastato dall’inconcludenza e soprattutto dall’incapacità di portare avanti progetti di investimento importanti e lungimiranti. Il Governo, come peraltro ci chiede l’Europa, deve fare grandi riforme, abbassare il costo del lavoro e, soprattutto, avviare grandi investimenti che rilancino le imprese e quindi il lavoro: costruzioni, infrastrutture sia per la mobilità che per le reti informatiche, digitalizzazione dei processi e quindi rilancio del 4.0, energia green e automotive. Come presidente di Federacciai non posso non guardare alla filiera dell’acciaio nella sua interezza: il post Covid ha avviato a livello generale un processo di macro-regionalizzazione: focalizzazione sui mercati “vicini”, processo di reshoring. Credo che sia una tendenza che si consoliderà, ma non fino alle estreme conseguenze da prima tutto fuori e adesso tutto dentro. Si deve trovare un nuovo punto di equilibrio».

L’altra settimana, in un nostro webinar, Giuseppe Cavalli direttore generale di ALFA Acciai, ha auspicato la nascita di “campioni europei” con dimensioni almeno continentali. Un passaggio che lui vede necessario e avviato da quella che ha definito “maturazione”. È una strada che potremmo percorrere?

«Credo sia una strada necessaria, soprattutto nel comparto dei lunghi. Se si guarda al mondo dei piani il percorso è stato avviato da tempo e nonostante questo ci sono ancora voci di importanti aggregazioni possibili che ruotano al momento intorno a TK. Nel settore dei lunghi si è visto qualcosa e non sempre i risultati sono stati pari alle aspettative. Ma questo non deve fare pensare che la strada non sia quella giusta. Basta guardare ai dati sulla produzione: in un mondo che vedrà la Cina arrivare nel 2020 ad un 1 miliardo di tonnellate di produzione, o ci si consolida o si rischia di diventare facili prede».

Passiamo ad un tema delicato per certi aspetti Si parla molto del “ritorno dello Stato nel capitale delle aziende”. E non solo per Ilva. Le sembra una opzione convincente? O rischiamo una nuova statalizzazione?

«Ci sono momenti in cui se si considerano strategici certi assets e se l’effetto combinato di perdite e investimenti per il rilancio sono insostenibili per un investitore privato, il ritorno dello Stato è possibile ed auspicabile ma deve essere a tempo determinato con scadenze chiare. Va però salvaguardato ciò che è strategico e non le attività che sono ormai fuori mercato; i soldi dello Stato non devono essere usati per fare concorrenza sleale a chi ha investito di tasca sua per rimanere sul mercato; infine, la presenza dello Stato deve servire per proteggere il turnaround ma poi deve essere valorizzata prevedendone una uscita. Non uno Stato imprenditore ma un Stato traghettatore, come brillantemente è stato definito da Abravanel e Costamagna in un recente articolo su Il Corriere della Sera».

L’ultima domanda è allo stesso tempo un visione è una speranza di futuro: lunedì prossimo il presidente Mattarella inaugura il nuovo ponte per Genova. È frutto dell’ingegno italiano, della capacità realizzativa italiana, e vive di 30mila tonnellate di acciaio.

«È stata una grande opera dove anche la nostra siderurgia italiana ha avuto un ruolo importante del quale dobbiamo andare orgogliosi. E poi quello che conta è l’affermazione di un metodo che si è rivelato vincente e che deve essere assolutamente replicato in modo più diffuso possibile».

 

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