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Ex Ilva: è il momento di decidere

Il governo e ArcelorMittal devono scegliere se proseguire con il rilancio del siderurgico o avviare nuove soluzioni

Senza fine. Un circolo vizioso. Depressione ciclica. Sono frasi che dall’agosto 2012 hanno definito l’immaginario della crisi dell’ex Ilva di Taranto, oggi Acciaierie d’Italia (ADI). Una crisi che nuovamente questa settimana è tornata alla ribalta sulla cronaca nazionale, dopo che l’azienda ha annunciato un provvedimento “shock”: la sospensione temporanea dell’attività di 145 ditte dell’indotto.

Il provvedimento ha scatenato le proteste delle parti sociali il cui apice sarà lo sciopero di 4 ore convocato per lunedì, dal momento che queste imprese danno lavoro a oltre 2mila addetti, nonché di Confindustria e del governo. Il ministro delle Imprese e del made in Italy Adolfo Urso ha interpretato il mancato dietro front dalla scelta, che forse si attendeva dal Cda di ADI convocato d’urgenza per martedì, come una sfida all’esecutivo, al punto che ha dichiarato, dapprima che «il governo non è ricattabile», per poi evocare un «riequilibrio nella governance» al termine del vertice istituzionale di ieri a cui ADI non si è presentata.

Il punto di vista dell’azienda, con la diplomazia che lo caratterizza, ha provato a spiegarlo nelle interviste a La Stampa a siderweb il presidente di ADI, Franco Bernabè. Interviste in cui ha rimarcato l’esplosione dei costi aziendali legati al caro energia e non solo, e soprattutto al mancato arrivo di parte delle risorse promesse dallo Stato. Bernabè di fatto ha evidenziato quello che siderweb, nelle diverse analisi sul possibile rilancio del siderurgico, ha sempre rimarcato: la necessità di una massiccia e convinta iniezione di liquidità che, secondo gli esperti del nostro Ufficio Studi, deve essere dell’ordine di 2-3 miliardi di euro in un'unica tranche per permettere all'azienda un cambio di passo. Diversamente ,limitarsi a somme contenute diluite nel tempo rischia di non permettere all'azienda di avere la forza di reagire. 

In questi dieci anni di vicenda (nove, se si considera che nel 2013 il ricco patrimonio dell’azienda ne aveva permesso ancora una gestione industriale), tutti gli sforzi compiuti dalle gestioni commissariali che si sono alternate fino al 2018 sono andati in sole due direzioni: il mantenimento dell’occupazione e l’ottemperanza alle prescrizioni ambientali, trascurando l’applicazione di un vero piano industriale di gruppo. Un fenomeno denunciato, seppur non così apertamente, anche dallo stesso presidente Bernabè nel corso del XVII Congresso della Uilm di ottobre e che ora presenta il conto.

Viene spesso dimenticato che nel 2012 l’allora Ilva aveva dipendenti per produrre anche 12 milioni di tonnellate di acciaio. La nuova AIA rilasciata all’indomani dello scoppio della vicenda ambientale ha imposto la produzione massima di 6 milioni di tonnellate, fino a quando non si fossero realizzati tutti gli interventi. Attualmente, la produzione di ADI si aggira attorno ai 3-4 milioni di tonnellate, a fronte di una riduzione del personale che, anche con gli ammortizzatori sociali, non risulta proporzionale al taglio di output. Pertanto, se si dovesse ragionare con una sola mentalità industriale, servirebbe operare ulteriori tagli occupazionali per arrivare al punto di equilibrio. Se si incrocia questo fatto con l’esplosione dei costi delle materie prime e il calo della domanda, risulta evidente il motivo per il quale l’azienda ha bisogno di nuove risorse, dai soci o dallo Stato. Stato che negli ultimi decreti Aiuti ha stanziato fondi ingenti, che però non sarebbero ancora arrivati nelle casse del gruppo siderurgico.

Il presidente di ADI ha detto apertamente che i due soci dell’azienda, nell’Assemblea degli azionisti di prossima convocazione, dovranno decidere come ricapitalizzare Acciaierie d’Italia in maniera seria. Il lato positivo è che sia per ArcelorMittal che per Invitalia i capitali non mancano: basti pensare che nel 2022 il colosso siderurgico ha guadagnato un miliardo al mese nei primi nove mesi dell’anno e CDP e Invitalia non sono certo in crisi di liquidità.

La cosa che pare mancare è la volontà, anche se in realtà ciò che deve essere ancora definito per la chiusura dell’operazione è la certezza del diritto. Ciò che spesso si tende a dimenticare è che Acciaierie d’Italia non è un’azienda “normale”, ma una realtà che opera con impianti posti sotto sequestro con facoltà d’uso e a rischio confisca, come indicato nella sentenza del processo Ambiente Svenduto; sentenza che, a quasi 19 mesi di distanza, resta senza motivazioni, sulla base delle quali i consulenti legali di imputati, società e Stato stesso dovrebbero elaborare le opportune valutazioni. Inoltre una condizione propedeutica all'intesa è il dissequestro degli impianti su cui deve pronunciarsi la magistratura.

Da questo excursus emerge ancora un elemento: anche l’ottavo governo italiano in carca dallo scoppio della crisi (ottavo in dieci anni) dovrà decidere che cosa fare del siderurgico, di cui molti chiedono la nazionalizzazione o la chiusura. Quello che è certo è che se si vuole mantenere il sito in produzione dopo tanti sforzi e progetti per il rilancio ambientale, è necessario fare altrettanti sforzi e stanziare risorse per il suo rilancio industriale. Oppure bisogna avere il coraggio di prendere decisioni drastiche e concludere che l’acciaio non è più una priorità per lo Stato italiano, assumendosi la responsabilità delle conseguenze per il sistema Paese. Ancora una volta lo spazio per i temporeggiamenti e i rimpalli che hanno caratterizzato l’ultimo decennio è finito. Ora è il momento di decidere.

Le ultime vicende del siderurgico saranno anche al centro della nuova puntata del podcast di siderweb in uscita domani.


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