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100 giorni alla Brexit: negoziato in salita

100 days at Brexit: uphill negotiation

Le trattative tra Regno Unito ed Europa rischiano di naufragare: tutti i rischi connessi a questo scenario

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Mancano 100 giorni alla Brexit e il negoziato tra Londra e Bruxelles rischia di naufragare, con scenari davvero imprevedibili. Il Regno Unito è ancora alle prese con una situazione pandemica fuori controllo (che si sta traducendo in una nuova stretta per i cittadini) e anche questo potrebbe avrebbe influito sulle scelte del primo ministro Boris Johnson. Nelle scorse settimane Downing Street ha presentato una controversa legge (Internal Market Bill) che punta a rimettere in discussione l'intero accordo sulla Brexit siglato tra la Gran Bretagna e l'Unione europea. Sostanzialmente in maniera strumentale Johnson rivendica un primato del Parlamento nazionale la cui ultima parola potrebbe prevalere sugli accordi di uscita dall'Ue. Il legittimo sospetto è che il premier conservatore, che teme un calo di popolarità e di consensi per la gestione altalenante dell'emergenza Covid e con l'ombra di nuove chiusure che darebbero un colpo mortale all'economia stagnante, abbia giocato al rilancio sull'unico tema che può distrarre i britannici.

Bruxelles ha accolto la notizia reagendo duramente: addirittura se il Regno Unito dovesse perseguire questa linea si minaccia di riservargli un trattamento simile a quello per i cosiddetti Rogue States, gli Stati canaglia, quelli che infrangono il diritto internazionale. L'Unione minaccia di fare causa a Londra e la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, nel suo discorso sullo Stato dell'Unione non ha usato mezzi termini. «Non può essere modificato, ignorato o disatteso unilateralmente. È una questione di diritto, di fiducia e di buona fede». Poi ha ricordato le parole di Margaret Thatcher, a cui tutti i conservatori di oggi, guardano come un'icona, la lady di ferro aveva a suo tempo dichiarato: «La Gran Bretagna non viola i trattati. Sarebbe un male per la Gran Bretagna, per le relazioni con il resto del mondo, e per qualsiasi futuro accordo commerciale».

Insomma l'Europa non ha nessuna intenzione di retrocedere dalle proprie posizioni nonostante il governo Johnson abbia fatto votare una legge a Westminster in cui Londra rivendica il proprio di diritto di rivedere gli accordi commerciali e doganali, i diritti di pesca e soprattutto il controverso capitolo dedicato allo status dell'Irlanda del Nord. In particolare questo ultimo aspetto è particolarmente delicato perché, così come è stato firmato dall'Ue, prevede la tutela e il mantenimento degli Accordi del Venerdì Santo, quando nel 1998 venne firmato l'accordo di pace che poneva fine ai Troubles, ovvero la guerra civile in Nordirlanda. Un'intesa che vede come garante l'Ue con l'impegno di lasciare un confine aperto tra Repubblica d'Irlanda e l'Ulster e che ora con l'Internal Market Bill, potrebbe tornare ad essere un vero confine fisico per persone e merci.

Il Regno Unito è tornato a sostenere che mantenere l'Irlanda del Nord in uno status speciale e di fatto all'interno dell'Ue sarebbe contro gli interessi britannici perché sarebbe come una porta di servizio per gli europei a discapito dell'economia inglese. Da parte sua Bruxelles ribadisce la necessità di mantenere in vita un trattato di pace che altrimenti sarebbe svuotato di ogni significato e che potrebbe tensioni etnico-religiose in Ulster. I Comuni, dopo la rivolta della componente più europeista dei Tories, hanno approvato un emendamento che dovrebbe ammorbidire la legge promossa da Johnson: l'emendamento, proposto dal Tory moderato Bob Neill, presidente della Commissione Giustizia stabilisce che l'esecutivo dovrà sottostare ad un nuovo voto a Westminster se la violazione del diritto internazionale fosse concretamente ritenuta necessaria per salvaguardare l'integrità del confine interno fra Irlanda del Nord e resto del Regno in caso di mancato accordo commerciale di libero scambio con l'Ue

Per i 27, non si tratta in ogni modo di una modifica determinante, visto che la modifica, che sarà introdotta attraverso un voto che si annuncia scontato, si limita ad attribuire un potere di veto al Parlamento britannico, ma lascia nelle mani delle istituzioni britanniche la pretesa di poter rivedere unilateralmente punti cruciali dell'intesa sulla Brexit. Nel frattempo la settimana prossima è previsto un nuovo round negoziale tra Michel Barnier e David Frost, ma il rischio che il nuovo incontro non scaturisca nessun effetto e che si arrivi a metà ottobre, data ultima posta da Londra per trovare un'intesa, senza una bozza d'accordo sui futuri rapporti commerciali. A quel punto il no deal, il mancato accordo, sarebbe ancora più vicino con l'effetto che dal primo gennaio: entrerà in vigore un rapporto commerciale tra Londra e i 27 basato esclusivamente sullo Wto. In questo scenario, l'UE imporrebbe le sue tariffe sulle merci importate dal Regno Unito. La tariffa media dell'UE è piuttosto bassa (circa il 2,8% per i prodotti non agricoli) ma in alcuni settori le tariffe possono essere piuttosto elevate: ad esempio le automobili sarebbero tassate al 10% con alcune tariffe agricole ancora più elevate, che salgono a una media di oltre il 35% per i prodotti lattiero-caseari, con punte fino al 50% sul cheddar.

Non bisogna infatti dimenticare che l'Unione europea nella sua totalità è il principale partner commerciale del Regno Unito e che nel 2019 il 43% delle esportazioni britanniche è stato destinato all'Unione da cui proviene anche il 51% delle importazioni del Regno Unito. Alla luce di questi numeri è chiaro che il no deal avrebbe un impatto pesante sull'economia britannica e lo certifica anche uno studio della London School of Economics che sostiene come una Brexit senza accordo costerebbe tre volte di più del Covid-19 (la BoE immagina un calo dell'1,7% del Pil fino al 2022): nel lungo periodo l'effetto sul Pil sarebbe del -8% (160 miliardi di sterline), simile alla previsione fatta dal governo britannico nel 2018 che prevedeva una contrazione del 7,8 dell'economia. Gli autori del rapporto affermano che il rischio è che le imprese con sede in Europa cercheranno di evitare di esporsi ai fornitori del Regno Unito e che le multinazionali cercheranno di ridurre al minimo il grado di attraversamento del nuovo confine. Insomma un vero disastro.


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