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Ance: «Con la fine del Superbonus 110%, l’edilizia subirà un contraccolpo»

Per il 2024 le speranze delle aziende edili sono riposte nel Pnrr. L'intervista alla presidente Brancaccio

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Brancaccio_Ance_Interna_28022024undefinedTra edilizia e siderurgia intercorre un legame strettissimo. Quello delle costruzioni rappresenta infatti il principale comparto per consumo di acciaio, assorbendo il 36,5% della produzione italiana e il 35% di quella europea, e per questo motivo le sue sorti sono seguite con una certa attenzione delle aziende siderurgiche.
Settore edile che ha chiuso il 2023 in crescita, grazie soprattutto alla spinta ricevuta dal Superbonus 110%. Tuttavia, come è stato messo in luce dal recente Osservatorio congiunturale di Ance, nubi si addensano all’orizzonte a causa del venir meno del bonus edilizio 110% e dei ritardi nell’implementazione dei progetti legati al Pnrr, che nonostante gli attuali problemi rappresenta il driver nel quale riporre le speranze di sviluppo del 2024 e dei prossimi anni.
Con Federica Brancaccio, presidente dell’Associazione Nazionale dei Costruttori Edili (nell'immagine a lato), abbiamo parlato dello stato di salute del comparto, delle sue prospettive e delle richieste provenienti dalle imprese del settore. 

Presidente Brancaccio, dati alla mano, qual è in sintesi la valutazione del 2023 per l’edilizia?
È stato un anno ancora positivo, che si è chiuso con una crescita del 5%. Un risultato a cui hanno contribuito da una parte la corsa ai lavori del Superbonus 110%, vista la scadenza di fine anno, e dall’altra le opere del Pnrr, e in particolare i piccoli cantieri dei comuni che nel 2023 hanno speso in lavori pubblici oltre 18 miliardi di euro, quasi 5 miliardi e mezzo in più in un solo anno.

Leggendo la sintesi del vostro Osservatorio congiunturale risalta in particolare quel -7,4% negli investimenti previsti nel 2024, effetto anche della cancellazione del Superbonus 110%. Quali sono gli interventi che Ance chiede al Governo per il 2024 e a più lungo periodo per l’efficientamento del patrimonio immobiliare?
Per quest’anno infatti il quadro cambia. Con la fine del Superbonus 110%, ma soprattutto con la fine della cessione del credito e in assenza di una politica di incentivazione, è chiaro che l’edilizia subirà un contraccolpo, solo in parte compensato dal Pnrr. Finita la stagione del 110% occorre mettere ordine e pensare a un sistema di incentivi sostenibile, con regole certe e risorse definite, e un orizzonte temporale che vada ben oltre uno o due anni. Per farlo serve una riflessione seria, fuori da posizioni ideologiche, per individuare una politica che aiuti le famiglie a riqualificare e mettere in sicurezza le proprie case, visti anche gli obblighi che sono in arrivo dall’Europa.

È possibile trovare un equilibrio, ovvero un incentivo agli investimenti che non faccia crollare la domanda e che riesca a tenere allo stesso tempo i conti in ordine?
Indubbiamente non c’è una formula magica. Siamo tutti consapevoli che non dobbiamo ripetere gli errori del passato ma farne tesoro, e al tempo stesso valutare i numeri di questi anni e l’impatto dei possibili strumenti di incentivazione. In altre parole, serve un approccio a 360°, che tenga ben presente i costi per lo Stato ma non dimentichi i benefici in termini di crescita del Pil, di sviluppo, occupazione e benessere collettivo. Noi siamo pronti a offrire il nostro contributo.

A breve sarà approvata la nuova direttiva europea sulle “case green”, che impatto ritiene potrà avere sull’edilizia italiana?
Gli obiettivi della direttiva europea sulla prestazione energetica degli edifici sono ambiziosi. Le nuove costruzioni, già a partire dal 2030, dovranno garantire l’azzeramento delle emissioni di gas serra, mentre per gli edifici esistenti il percorso pone qualche interrogativo sulle tappe per la riconversione degli immobili: almeno il 16% dovrà azzerare il proprio impatto entro il 2030 e nei cinque anni successivi il target dovrà salire al 20-22%. Questo significa che, per arrivare a quota emissioni zero nel 2050, in 15 anni dovremo abbattere il restante 80%. Un meccanismo che di fatto colloca la maggior parte degli interventi per ridurre l’impatto ambientale degli edifici a ridosso della scadenza del 2050. Per fare tutto questo sarà necessario un sostegno finanziario, europeo o nazionale.

Come emerge dall’Osservatorio, un potente driver potrebbe essere rappresentato dal Pnrr e, quindi, dagli investimenti in opere pubbliche. Possono essere davvero questi cantieri a dare nuova linfa all’edilizia?
Nel prossimo anno prevediamo che il comparto delle opere pubbliche crescerà del 20% proprio grazie alla spinta del Pnrr, ma ci sono dei segnali di rallentamento sull’attuazione di alcune grandi opere che creano non poca preoccupazione. Dobbiamo dare atto che il Governo ha fatto un grande sforzo, riducendo i tempi delle fasi di aggiudicazione e consegna lavori, mentre sul fronte realizzativo si continuano a registrare ostacoli burocratici che rallentano l’avvio concreto dell’opera. Tra questi si segnalano problemi autorizzativi in materia ambientale, carenze progettuali e sovrapposizione di regimi differenti.

Nello studio avete denunciato ben 9 miliardi di fondi Pnrr fermi, 8,5 dei quali del settore ferroviario, qual è la proposta di Ance per lo sblocco di questi fondi? Come valuta, invece, una grande opera come il Ponte sullo stretto di Messina?
Servono misure di semplificazione anche per la fase attuativa dei cantieri. Sul Pnrr scontiamo ancora gli effetti della rimodulazione del Piano, adesso non possiamo permetterci un minuto di ritardo in più. Per quanto riguarda il Ponte sullo stretto, come costruttori, non possiamo che condividere la volontà di realizzare una così importante grande opera. Quello che ci preoccupa, però, è che nella Legge di bilancio il 92% delle risorse appostate fino al 2037 è assorbito solo dal Ponte. È lecito chiedersi quale mercato ci attenderà dopo la fine del Pnrr.

In tema prezzi dei materiali: dopo l’impennata post pandemia vi siete battuti per una revisione dei listini più tempestiva e aderente alla volatilità. Ritiene che l’intesa raggiunta al tavolo Mit sia funzionale? 
I lavori del tavolo proseguono, ma l’accordo raggiunto segna sicuramente un primo importante risultato. Il metodo di calcolo per la definizione dei prezzi dei lavori sarà infatti quello che noi chiedevamo da tempo, sulla falsariga del modello francese: un meccanismo automatico, trasparente e omogeneo, con adeguamenti in periodi temporali ristretti, mensili o al massimo trimestrali, calcolati non su opere-tipo ma su lavorazioni-tipo che poi contribuiranno a comporre il quadro economico della singola opera sulla base dei pesi che saranno assegnati dal progettista. Un cambio di approccio positivo su una materia delicata su cui si gioca la tenuta delle nostre imprese.


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