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«Il caro energia ha portato a un cambio culturale»

Anche il comparto trafilerie si avvia alla ricerca di una nuova normalità con investimenti mirati e più digitale

LECCO - L’impennata dei prezzi dell’energia ha portato a un cambio culturale all’interno del comparto siderurgico. È ciò che è emerso durante il convegno «Energia, prezzi e domanda: tripla sfida per le trafilerie?», organizzato da siderweb in collaborazione con la Camera di Commercio di Como-Lecco e, più precisamente, nel corso di una tavola rotonda moderata da Diego Minonzio (direttore La Provincia di Como, Lecco e Sondrio). «Eravamo abituati a un livello medio del prezzo dell’energia intorno a 60 €/MWh, siamo arrivati in luglio-settembre a picchi di 490 €/MWh – ha ricordato Edoardo Zanardelli, vice direttore business unit Specialties di Caleotto –. Abbiamo gestito questa crisi con competenze, flessibilità e velocità di adattamento». Oggi la situazione resta fortemente incerta. «I prezzi dell’energia – ha spiegato – sono diminuiti rapidamente dopo i picchi, tornando intorno ai 100 - 200 €/MWh, ma più recentemente sono risaliti a 200-300 €/MWh. Penso pertanto che dobbiamo abituarci a convivere con una volatilità ancora molto forte e imprevedibile». La soluzione proposta da Zanardelli è quella di «intensificare la collaborazione di sistema lungo tutta la filiera». Il manager ha quindi tenuto ad elogiare la capacità dei clienti di adattarsi al cambio culturale: «Siamo passati dal parlare di rottame al parlare di PUN, prezzi al TTF ecc.».

Anche Andrea Beri, amministratore delegato della ITA di Calolziocorte, ha parlato di stravolgimento del comparto, ma già dopo la prima fase dell’emergenza pandemica. Con delle differenze: «Alcuni settori utilizzatori, come quello delle telecomunicazioni, hanno spinto in maniera straordinaria; altri, come quello delle costruzioni sono ripartiti in alcune nazioni europee, mentre in Italia le aspettative future sono abbastanza positive; l'automotive invece è stato un grande assente, anche a causa della rivoluzione rappresentata dall'elettrificazione». Ciò che sembra accomunare tutti, ha evidenziato Beri, è la paura legata ai costi di produzione: per esempio, «fino a quest’anno siamo riusciti a chiudere contratti lunghi sul metano, mentre oggi i vari fornitori di energia non danno più questa possibilità». Ovviamente, l’incremento dei costi incide negativamente anche sui consumi insieme alla stabilità dei salari. Per questo, ha concluso Beri, «dopo due anni complessivamente positivi, penso che dovremo riposizionarci su un diverso tipo di equilibrio dal punto di vista sia dei volumi sia dei prezzi».

La tavola rotonda ha visto la partecipazione anche di: Francesco Brunelli, presidente di Regesta; Giordano Colombo, responsabile Centro Imprese Bergamo DT Lombardia Ovest BPER Banca; e Pietro Vargiu, Region Commercial Director Mediterraneo & Africa di COFACE.
Colombo ha ricordato che «l’assenza di materie prime aveva portato già a un rialzo dei prezzi in passato, ma la Bce aveva considerato questo fenomeno una bolla inflazionistica, non strutturale. Si è atteso e quindi non si è intervenuto sul fronte tassi». Con lo scoppio del conflitto in Ucraina, tuttavia, «la speculazione si è fatta conclamata anche sul comparto energetico. Di conseguenza, era inevitabile che gli sforzi compiuti dalla filiera produttiva si scaricassero a valle sul consumatore finale, con l’effetto di un’inflazione che è diventata a doppia cifra». Ne consegue un «correre ai ripari con una modalità molto forte alla quale non eravamo preparati. Per sette anni infatti eravamo rimasti a tassi negativi e incrementi con la veemenza di quelli applicati recentemente non si erano mai visti». Per Colombo è evidente che la nuova congiuntura porterà gli imprenditori a compiere riflessioni di diverso tipo in termini di investimenti che saranno «inferiori ma più mirati. Proseguiranno quelli in digitalizzazione e Industria 4.0, in ESG (anche con l’obiettivo di risparmiare sull’energia) e quelli legati al PNRR. Come BPER saremo in prima linea nel supportare le imprese».  
Brunelli ha sottolineato che gli investimenti sul digitale sono stati considerevoli già negli scorsi anni e che gli stessi non stanno facendo registrare alcun rallentamento ma anzi una crescita. Con un unico vincolo: «Manca capitale umano, sia per noi fornitori sia per le aziende che devono realizzare progetti. È un peccato, perché ciò causa un ritardo nell’adozione di molte innovazioni». Quanto al tema della sostenibilità, «non è solo una moda del momento, in quanto permette di risparmiare con l’efficientamento dei progetti. In tutti gli ambiti, produttivo, commerciale, logistico ecc., esistono opportunità di miglioramento». Pietro Vargiu, infine, si è soffermato sulla variabilità del costo del dollaro che «dal punto di vista del mercato europeo non ha avuto un grande impatto, fatta eccezione per casi come quello di Cimolai, dovuto a errori strategici». Nel commercio internazionale, «questa dinamica del dollaro ha portato invece difficoltà in quelle economie un po’ più fragili: per esempio all’Egitto». 
«Dal punto di vista dell’assicurazione dei crediti – ha continuato – lavoriamo sul medio termine, a 6-12 mesi. Credo che il fieno messo in cascina dalle aziende nel 2021 stia molto aiutando ad affrontare la crescita del costo del denaro. Non credo che l’aumento di 1-2 punti dei tassi di interesse avrà un impatto così devastante sulle imprese. Lasciando perdere il 2021 che è stato eccezionale, credo che le aziende con una struttura solida non saranno messe in grande difficoltà».


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