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Il “Piano Colao” è buono: il problema sarà attuarlo

Dopo l’insediamento in “pompa magna”, sulla task force sembra infatti essere sopravvenuta una certa freddezza

Il cosiddetto “Piano Colao” è stato depositato, e il comitato presieduto dall’ex top manager di Vodafone (nella foto di testa) ha presentato gli esiti del proprio lavoro. Oltre un centinaio di schede progettuali e di ricette, che si snodano lungo 60 pagine di rapporto per indicare una sequenza di atti da compiere e decisioni da prendere volte a sostanziare il rilancio (indispensabile, se non vogliamo affondare) dell’Italia.

Colui che è stato (ed è tuttora) uno dei protagonisti dell’economia digitale a livello globale ha annunciato, nel frattempo, che è pronto a tornare «ai suoi orticelli». Oltre che per la “missione compiuta”, verosimilmente, anche perché appare lampante che, dopo l’insediamento in pompa magna della sua commissione negli scorsi mesi, palazzo Chigi ha sviluppato nei suoi confronti una certa qual progressiva freddezza. E ciò non vale solo per il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, la cui (farraginosa) proposta degli “Stati generali dell’economia”, che dovrebbero cominciare nella cornice barocca di Villa Doria Pamphilj nel corso di questo fine settimana, dà l’impressione di essere stata pensata anche all’insegna della consueta chiave di posizionamento comunicativo personale. Ma pure da parte di altri esponenti dell’esecutivo; e varie voci critiche si sono levate anche dal Pd, il secondo partner della coalizione di governo (e quello che per la sua lunga storia dovrebbe identificare il “partito di sistema” e più responsabile, e dunque quello più attento anche ai codici del galateo politico-istituzionale).

E anche questi atteggiamenti vanno catalogati quali segnali di nervosismo – che si moltiplicano all’indomani del lockdown – della maggioranza di fronte a un contesto socioeconomico che si sta rivelando molto complicato e problematico. Al cui riguardo gli osservatori più autorevoli convergono nell’indicare un Pil per il 2020 in calo tra il 10% e il 15%; una disoccupazione galoppante (mentre i sindacati chiedono il blocco dei licenziamenti fino alla fine dell’anno); un tessuto imprenditoriale (per le Pmi in generale e, soprattutto, per le aziende di dimensione più piccola) in crisi profonda e in carenza di prospettive immediate di ripresa. Come pure il crollo degli investimenti e una serie di pesanti conseguenze di medio-lungo termine su quel fiore all’occhiello nazionale che è l’export.   

Alcune proposte – per esempio, sul mondo dell’istruzione (mentre, invece, l’«applied PhD» in grado di cogliere le opportunità provenienti dall’universo produttivo e da affiancare al dottorato di ricerca classico sarebbe sicuramente da introdurre, potenziando altresì l’impianto del “dottorato industriale”) – possono destare delle perplessità. Ma numerose altre costituiscono una collezione di idee preziosa e molto utile, oltre a fotografare con la necessaria precisione chirurgica e la dovuta nettezza quali sono i fardelli del sistema-Paese, che tanti cittadini-contribuenti italiani (stremati dalle ripercussioni economiche del lockdown e che non rientrano nelle categorie a reddito fisso e garantito, né hanno visto attivarsi a loro beneficio i paracaduti sociali attivati dal governo) non possono più permettersi.

E la commissione Colao ricorre, in materia, a formule anche linguisticamente molto chiare e senza infingimenti – l’“eccesso di norme” e la “burocrazia difensiva” –, individuando un percorso di scelte più o meno forti per cercare di traghettare il Paese al di fuori di un periodo (drammaticamente) fuori dall’ordinario. Come l’efficientamento dei sistemi produttivi e una nuova centralità del fattore lavoro; il potenziamento (e lo sblocco) delle infrastrutture e l’economia verde quali motori della ripresa; l’investimento su innovazione, ricerca e istruzione a fondamento dello sviluppo economico; un rinnovamento (il grande tema, per l’appunto…) della pubblica amministrazione per cercare di renderla finalmente più attenta alle esigenze autentiche del cittadino e dell’impresa; un repertorio di strumenti fiscali che aiutino a garantire la liquidità per un sistema produttivo che ne ha un gran bisogno; la riforma del codice dei contratti pubblici e degli appalti; la digitalizzazione.

Nella proliferazione esagerata – e piuttosto policistica – delle task force, quella di Colao ha dunque svolto un lavoro importante. E ora spetterebbe alla politica assumersi la responsabilità di metterlo in pratica, scegliendo oculatamente tra le proposte effettuate dal gruppo di lavoro. Ma, giudicando dalle reazioni molto tiepide (per usare un eufemismo), della classe di governo, e dalla contestuale convocazione di questi (ancora piuttosto fumosi) “Stati generali dell’economia” non c’è troppo da scommettere sulla loro realizzazione. Purtroppo; e, ancor più, perché era stata proprio la presidenza del Consiglio a costituire questo gruppo di lavoro...

 


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