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L'America di Trump e l'America di Biden

Quali sono i possibili scenari futuri in base all'esito delle elezioni del 3 novembre

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Mancano solo quattro giorni alle elezioni americane. Cosa c'è da aspettarsi in caso di riconferma di Donald Trump, ma soprattutto come cambierà la linea della Casa Bianca se a vincere dovesse essere Joe Biden? Per chi fa il tifo l'Unione europea?
Il campo d'analisi è vastissimo, ma è possibile tratteggiare a grandi linee quello che c'è da aspettarsi partendo dall'approccio dei due contendenti alla presidenza degli Stati Uniti.

Posizioni sempre più polarizzate
Se è vero che in questi anni abbiamo imparato a conoscere Trump, molto meno chiaro appare come sarà Biden da presidente. Il tutto partendo da un assunto che dovrebbe essere privo di dubbi: nessuno dei due dovrebbe essere dove si trova ora e lo hanno dimostrato i duelli tv a cui hanno partecipato i due contendenti.

Uno è un mentitore seriale e il suo atteggiamento da teenager bullo nei confronti dello sfidante democratico viene replicato sistematicamente anche quando deve condurre la politica estera statunitense. L'altro, se fosse eletto, sarebbe il più vecchio presidente americano: nella ormai lunghissima carriera politica ha mostrato di essere molto incline ad occuparsi di questioni sociali o di relazioni internazionali e non ad esempio di politiche economiche, tema decisivo nel caso fosse eletto, visto che si troverà a guidare un Paese oggi tramortito economicamente dagli effetti della pandemia e dalla scelte infelici del suo predecessore. Non solo, la polarizzazione che si sta vivendo nella politica americana ha spostato la propaganda di Biden su posizioni per certi versi radicali che erano impensabili per l'ex senatore del Delaware solo qualche anno fa (ma che fanno da contraltare a ciò che propone Trump).

Le "picconate" di Trump
Ad ogni modo, il presidente uscente Trump ha passato gli ultimi anni a disarticolare il sistema delle relazioni internazionali su cui si è basata l'egemonia americana: almeno due dei tre pilastri sono stati messi in discussione. Il sistema economico mondiale fino a ieri basato sul libero commercio è stato colpito abbastanza duramente dal protezionismo e dalla guerra commerciale Usa-Cina. Non solo, il Wto, l'organizzazione mondiale del commercio, l'organismo internazionale incaricato di dirimere le controversie. ha faticato ad operare perché Washington ha impedito la nomina dei nuovi giudici.

Un altro pilastro, quello di un ordine giuridico condiviso, è state seriamente minato dall'atteggiamento di Trump: l'America è fuori dall'accordo di Parigi sul clima, ha annunciato che lascerà l'Unesco, ha contestato le Nazioni Unite e più in generale ogni forma di multilateralismo che è di fatto alla base del funzionamento delle organizzazioni internazionali. L'unico pilastro per ora non intaccato è quello della sicurezza collettiva: Trump ha certo polemizzato con gli alleati della Nato e ha minacciato più volte un disimpegno visto che molti dei membri del Patto atlantico a suo dire vivrebbero alle spalle degli USA non investendo abbastanza in spese militari. Ma alla fine la sua condotta è stata molto guardinga, in linea con una visione quasi post-reaganiana, con un'azione atta a confermare lo status quo: nessun vero impegno militare (anzi il tentativo di disimpegno soprattutto dal Medio Oriente), alcune dichiarazioni roboanti, qualche azione dimostrativa, asse strettissimo con Israele e con gli alleati storici dell'Arabia Saudita. E in quest'ottica vanno letti i cosiddetti Patti di Abramo tra Israele e i Paesi arabi. Salutati come una svolta decisiva per il Medio Oriente, vanno forse letti più in chiave anti-iraniana che in una reale volontà di pacificazione. A dimostrazione di quanto detto c'è che le aree di conflitto come la Libia, la Siria e lo Yemen non hanno beneficiato in alcun modo di questi accordi orchestrati dall'amministrazione Trump.

Biden l'aggiustatutto? 
Se sarà quindi il democratico Joe Biden ad uscire vincitore dalle urne il 3 novembre ci saranno molte cose da rimettere in ordine. All'estero, i primi a tifare per un'affermazione dell'ex vice di Barack Obama sono gli europei: i rapporti euroatlantici in questi ultimi anni sono finiti in un baratro di diffidenza e continui screzi. A partire dalle misure economiche: per tre anni Trump ha minacciato di imporre dazi sull'automotive europeo e appena il Wto gliel'ha permesso ha imposto una serie di tariffe sull'agroalimentare degli Stati europei (dal Parmigiano al Cheddar a vini e formaggi francesi), dopo aver fatto naufragare immediatamente il Ttip. La sua politica protezionistica, se sarà rieletto, potrebbe ulteriormente penalizzare la potenza-guida europea, la Germania, la cui economia è fortemente dipendente dall'export; il presidente uscente sin dal periodo di transition non ha perso tempo e ha attaccato Berlino, che secondo Trump avrebbe mantenuto l'euro debole per competere sui mercati internazionali.

Più in generale, Trump ha mostrato di non amare l'Unione europea, una struttura troppo complessa per la sua politica basata esclusivamente su rapporti personali e legati solo a logiche di potenza. Negli anni il presidente ha mostrato paradossalmente di aver maggiore feeling con dittatori come Bolsonaro, Xi Jinping, Putin e addirittura Kim jong-Un piuttosto che con Juncker, Macron, Merkel ed ora con la von der Leyen. Se Biden dovesse arrivare nello Studio ovale, questa situazione potrebbe cambiare radicalmente: le relazioni Usa-Ue con altri quattro anni di Trump potrebbero davvero essere compromesse.

E ancora, una vittoria di Biden potrebbe rallentare la deriva attuale del Regno Unito che rischia di portare ad un no-deal per la Brexit. Il candidato democratico ha già chiarito che un'eventuale cancellazione degli Accordi del Venerdì santo per effetto della Brexit (gli accordi che hanno messo fine alla guerra civile in Irlanda del Nord, ma che poggiano sull'idea di un confine aperto tra Nord Irlanda e Eire) comprometterebbe qualsiasi ipotesi di accordo commerciale bilaterale tra Londra e Washington. Per citare un recente corsivo del Financial Times: «Una vittoria di Biden non stravolgerà la piattaforma politica di Johnson, ma toglierebbe un po' di vento alle vele nativiste. Ripristinerebbe una visione condivisa della politica occidentale, mentre una vittoria di Trump spingerebbe ulteriormente la Gran Bretagna verso una visione orbanista del mondo». Insomma, il 3 novembre indirettamente c'è in palio anche il negoziato sulla Brexit, oggi appeso ad un filo, ma che come spiegano da una parte e dall'altra della Manica può risolversi positivamente fino ad un minuto prima dello scoccare della mezzanotte del 31 dicembre 2020.

E questo ci porta ad un'altra considerazione molto politica: una sconfitta di Trump significherebbe una battuta d'arresto per il populismo globale che ha portato alla duplicazione deteriore di tanti piccoli emuli di The Donald a tutte le latitudini; il populismo non sarebbe sconfitto, ma verrebbe a mancare il modello ispiratore e agli elettori populisti non piacciono i perdenti.

Con Biden niente più barriere
Venendo a temi più concreti, poi, Biden ha già chiarito le sue intenzioni sul commercio internazionale, in un articolo apparso qualche mese fa sulla prestigiosa rivista Foreign Affairs: «Oltre il 95% della popolazione mondiale vive al di fuori dei nostri confini: vogliamo attingere a quei mercati. Dobbiamo essere in grado di produrre il meglio negli Stati Uniti e vendere il meglio in tutto il mondo. Ciò significa abbattere le barriere commerciali che penalizzano gli americani e resistere a una pericolosa tendenza globale verso il protezionismo».

Biden boccia l'idea trumpista per cui le produzioni canadesi ed europee sarebbero una minaccia per la sicurezza americana e al contempo immagina di poter riscrivere le regole del commercio internazionale insieme a cinesi.

Mentre, come principio ordinatore per la politica estera, Biden parla chiaramente di riaffermazione delle alleanze americane in cui il trionfo della democrazia e del liberalismo è stata una conquista contro autocrazia e fascismo. Conquista che, secondo il rappresentante democratico, dovrà essere una costante anche per i prossimi anni (quindi addio al populismo globale).


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