Acciaio: tecnologia, innovazione ed energia le direttrici di sviluppo
Gozzi a Industria & Acciaio 2050: «Serve il coraggio di sfruttare il nostro vantaggio competitivo»
12 maggio 2026
MILANO – Tecnologia, innovazione ed energia. Queste le direttrici tematiche della tavola rotonda che ha visto come protagonisti Camilla Benedetti (vicepresidente di Gruppo Danieli e presidente Abs), Marco Gay (co-founder e presidente di Zest e di Unione Industriali Torino) e Bernardo Ricci Armani (Country Manager Italy di Statkraft).
Il confronto, che si è tenuto durante il convegno "Industria e Acciaio 2050" questa mattina al siderweb FORUM, è partito dall’innovazione. «Oggi è necessario mettere al centro dell’attività la proiezione al cambiamento – ha spiegato Gay –, con l’obiettivo di guardare al futuro. In Italia, grazie alla nostra storica capacità di fare i prodotti, possiamo essere protagonisti anche nell’economia del domani». Una proiezione al cambiamento che, per l’acciaio, passa da un «ripensamento della carbon footprint dell’intero processo – ha spiegato Camilla Benedetti –, non concentrandosi solo sull’acciaieria ma anche sulle materie prime, sui prodotti e sul processo». Per il settore dell’energia, invece, «l’innovazione dovrà coniugare la decarbonizzazione, quindi le rinnovabili, con la sicurezza delle forniture e la stabilità – ha detto Ricci Armani –. Non sarà solo un tema di prezzo, ma la sicurezza dell’approvvigionamento energetico sarà centrale, specialmente se si immagina che le tensioni geopolitiche perdureranno anche in futuro». Per questo motivo, bisognerà «sviluppare un’infrastruttura di batterie e di accumuli, necessaria a gestire la variabilità della produzione di rinnovabili. Per far ciò è però necessario anche un aiuto dello Stato in termini di riduzione del peso burocratico necessario a fare investimenti di questo genere».
Ma come coniugare un tessuto industriale frammentato come quello italiano con il tema dell’innovazione? «Sarà necessario investire – ha risposto Gay -. Non solo internamente, ma anche utilizzando dei vettori come le startup. Credo che le piccole e medie imprese possano da un lato beneficiare delle innovazioni apportate dalle startup, dall’altro rappresentare un acceleratore anche per le startup stesse, che possono trovare interlocutori in maniera più diretta rispetto alle grandi imprese». Oltre a ciò, sarà necessario «mantenere un elevato livello di competenze del personale interno – ha aggiunto Benedetti -. Oggi si passa da competenze manuali a intellettuali: anche in siderurgia le soft skill e la capacità di leggere e interpretare i dati sono fondamentali, bisognerà quindi formare il personale su questi temi, a partire dagli studenti».
Un ultimo ragionamento, in chiusura, è stato dedicato alla siderurgia. «L’acciaio ci sarà sempre – ha concluso Benedetti -, è presente nella nostra vita quotidiana, nei beni di consumo e nelle infrastrutture. Sarà un acciaio verde, decarbonizzato, che si baserà su quattro pilastri: nuovi acciai, sostenibilità, servizio e scientific know-how».
E un futuro per l’acciaio e per l’industria europea è ancora possibile. Ma a patto di cambiare. Questo è stato il messaggio del presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, che ha chiuso il convegno "Industria & Acciaio 2050". Il cambiamento invocato dal numero uno dei siderurgici nazionali deve partire da uno sforzo culturale. «Per tutelare il manifatturiero abbiamo bisogno – ha spiegato Gozzi – di superare il mainstream anti-industriale europeo, che è fatto da un intreccio di tre forze: l’ambientalismo estremista, il consumerismo spinto e la finanziarizzazione dell’economia». Se questo modo di pensare sarà superato, «allora vedo un futuro per l’industria del continente».
Per quanto riguarda la filiera dell’acciaio italiana, «i nostri padri hanno costruito la più grande macchina per l’economia circolare europea, che è la nostra elettrosiderurgia, che all’origine era alimentata dalle centrali idroelettriche prealpine. Oggi la produzione siderurgica nazionale è già fortemente decarbonizzata, in quanto basata sul riciclo dell’acciaio, ma stiamo lavorando per decarbonizzare anche le emissioni relative allo Scope 2». Oltre a ciò, per affrontare le sfide future, «dobbiamo occuparci di tre cose: cariche metalliche, gas e risorse umane». Partendo dal primo elemento «in base a uno studio di Boston Consulting, si ritiene che nel 2030 in Europa ci sarà shortage di rottame. Per non farci cogliere impreparati dovremo perciò da un lato difendere la nostra “miniera”, dall’altro stiamo lavorando per produrre DRI con impianti fuori dall’Europa. In particolare, stiamo dialogando con Vale per ragionare su possibili impianti in Brasile o in Oman». Il secondo punto è relativo al gas, «che è una fonte disponibile in larga misura nel Mediterraneo e che dovremmo impiegare maggiormente, accoppiandola alla carbon capture». Infine, per quanto concerne le risorse umane, tra le molte iniziative in atto ce n’è una da sottolineare: «Abbiamo lanciato un programma di formazione per manutentori in Marocco. Questi progetti vanno seguiti con attenzione e con intelligenza simmetrica, al fine di poter fornire un beneficio sia alle imprese italiane, sia al Paese dal quale provengono le persone formate».
Guardando al futuro, «ovviamente è molto difficile fare previsioni sul consumo di acciaio al 2050 – ha proseguito Gozzi -. Una cosa però è certa: la domanda africana crescerà e gli italiani potranno avere un ruolo positivo nella nascita e nello sviluppo della siderurgia in alcuni Paesi. Bisognerà però aver coraggio per sfruttare il nostro vantaggio competitivo e le nostre conoscenze nel comparto».
Ampliando la visione, e tornando all’industria italiana, Gozzi si conferma «ottimista. Senza materie prime, fonti di energia e vantaggi competitivi naturali, l’Italia oggi è il quarto-quinto Paese per esportazioni manifatturiere al mondo. Questo è possibile per la nostra struttura industriale, per le nostre capacità e per la nostra resilienza». Per permetterci di continuare a lavorare come fatto sinora, però, «abbiamo bisogno di ragionamenti di filiera, che si possono concretizzare sia in un dialogo più fruttuoso tra produzione e distribuzione, sia in un intervento dell’Ue per l’allargamento del Cbam anche ai settori utilizzatori».
Stefano Ferrari

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