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Green New Deal: in campo non solo fondi pubblici

Tinagli: «Le manifatture più inquinanti dovranno scegliere se riconvertirsi o sparire»

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L’eurodeputata del Pd, Irene Tinagli, è la presidente del Commissione problemi economici e monetari del Parlamento europeo. Ha di fatto preso il posto dell’attuale ministro all’Economia, Roberto Gualtieri, in uno dei posti chiave dell’Europarlamento, da cui passano gran parte dei dossier economici chiave in discussione nell’Unione europea. Con lei abbiamo parlato del Green New Deal europeo e dell’impegno dell’Ue sulla tassazione alle multinazionali.

Per il Green New Deal europeo si parla di mille miliardi. Si tratta di una cifra che immagina anche l'effetto leva come fu per il Piano Juncker. Tecnicamente come funzionerà?

Il Green New Deal deve ancora essere oggetto di discussione e negoziazione. E i mille miliardi sono una cifra che sarà spalmata su più anni e soprattutto risultato di una leva. Metà della somma sarà messa dall'Unione europea e l'altra metà sarà proveniente da investimenti privati. Poi ci saranno da declinare le modalità e gli strumenti - ovvero quanto potrà essere fatto sotto forma di grants, piuttosto che di loans o di garanzie attraverso la Bei. Con questo intendo dire che gli strumenti su cui si potrà incardinare e poi realizzare il Green Deal sono tantissimi. Noi siamo abituati a pensare gli interventi dell'Unione europea solo attraverso la forma del bando o del fondo strutturale. Il Green Deal sarà molto più ampio, avrà una gamma di strumenti molto più ampia perché l'obiettivo è di stimolare anche gli investimenti privati; ma anche dare anche un indirizzo agli investimenti futuri sia del settore manifatturiero, energetico, ma anche finanziario.

Quindi non solo fondi pubblici?

Sarà importante, certo, che la somma messa dall'Unione europea sia corposa, quindi ci batteremo per aumentare le risorse. Ma trovo strumentali le polemiche di chi vorrebbe che fosse tutto finanziato da risorse pubbliche e sostiene che questi fondi non saranno mai sufficienti per realizzare la transizione ecologica. Non si può pensare di realizzarla e approdare alla neutralità climatica solo con soldi pubblici. È impensabile che possa avvenire e non sarebbe neanche efficiente perché molti di questi investimenti possono e devono arrivare dal settore privato, attraverso una serie di agevolazioni, di incentivi, in generale attraverso degli schemi che aiutino il settore privato a fare questa transizione. Anche perché risulterà un beneficio anche per i privati riposizionarsi su settori più sostenibili e a impatto climatico zero. Questa è l’idea generale, ma è chiaro che in questa cornice deve starci anche un elemento aggiuntivo che riguarda la flessibilità dei bilanci degli Stati membri. I passaggi sono questi: non possiamo pensare che il bilancio dell'Unione europea da solo possa finanziare tutto, quindi c'è bisogno dei privati, e della finanza. Ma sarebbe di grande aiuto se noi dessimo la possibilità agli Stati membri attraverso i loro bilanci nazionali di poter accompagnare questa transizione con degli investimenti pubblici nazionali. Molti Stati fanno fatica a fare per via dei vincoli di bilancio che ci sono.

In Italia il dibattito sulla transizione ecologica si è ridotto tutto alla questione dell'ex Ilva e a quanti soldi arriveranno per salvare il polo siderurgico di Taranto. Cosa ne pensa?

È un po' surreale, perché noi parliamo invece di un progetto di lungo periodo che potrà davvero cambiare la natura dei modelli di sviluppo economico su cui si basano tutte le nostre economie europee. E possibilmente anche oltre l'Ue, perché l'Europa ha dotato sé stessa, gli Stati membri e il resto del mondo, di una visione importante che indirizza la politica e gli investimenti, dà un orientamento forte che già sta in un certo senso influenzando il comportamento anche degli attori privati. Già vediamo fondi d'investimento che stanno reindirizzando i loro interessi perché anche per loro se si va verso un'economia in cui le fonti di energia inquinanti verranno eliminate, o le manifatture più inquinanti dovranno scegliere se riconvertirsi o sparire, allora non ha più senso investire in progetti inquinanti. Per questa ragione si stanno ricalibrando su progetti che siano più sostenibili dal punto di vista ambientale. Questo avviene perché vedono una direzione, una volontà politica forte da parte del Regolatore che si sta muovendo in modo chiaro verso questi obiettivi. Si tratta di un aspetto più politico del Green Deal che per ora è stato sottovalutato. 

Parliamo della digital tax. Da un lato gli Stati membri sono divisi, dall'altro gli Stati Uniti minacciano ritorsioni sotto forma di dazi. Ma dovrebbe essere un primo tentativo di tassare le multinazionali. Cosa può dirci?

In realtà il dibattito in corso adesso è molto più ampio e riguarda il tema dell'elusione fiscale da parte delle multinazionali, quindi include anche la digital tax ma non si limita a quello. Si sta parlando degli escamotages che molte multinazionali trovano per erodere e limitare la base imponibile spostando parte dei profitti dove non pagano tasse o ne pagano pochissime. Questa è una negoziazione che prende le mosse da una proposta dell'Ocse e che coinvolge i Paesi del G20 già da qualche anno. Si basa su vari pilastri: uno di questi è la digital tax e più in generale il mondo del digitale. Su questo dovrebbe arrivare una proposta a fine febbraio e si cercherà di arrivare ad un accordo a livello di G20; significa che sarebbero coinvolti anche gli Stati Uniti e sarebbe l'ideale. Il problema è che ovviamente sarà molto difficile arrivare ad un'intesa comune, così l'Europa si è presa l'impegno, con il commissario Gentiloni che è competente in ambito Taxation e con la Vestager che segue l'Agenda digitale, di arrivare ad una proposta europea entro la fine del 2020 qualora non si sia trovato un accordo a livello internazionale. Una volta che la Commissione europea formalizzerà la sua proposta il problema vero sarà convincere tutti gli Stati membri visto che sul tema Taxation è necessaria l'unanimità. Una via d'uscita potrebbe esserci ed è legata ad un articolo del Trattato, la cosiddetta clausola-Passarella che stabilisce che nel caso vi siano dei fenomeni che creano una distorsione sostanziale del Mercato unico, ovvero quando problemi legati alla tassazione interferiscono con il Mercato unico creando delle distorsioni sostanziali, si possono prendere delle decisioni a maggioranza e non all'unanimità. Il problema è che per attivare questo articolo ci vuole comunque l'unanimità. Sembra quindi una situazione senza uscita, ma a livello europeo si sta ragionando su come aggirare il problema dell'unanimità nel momento in cui arriverà la proposta della Commissione. E questo perché già sappiamo che i Paesi più piccoli saranno contrari, penso all'Estonia, ma anche la Svezia che sul suo territorio ha molti server di Google, o l'Irlanda che già ha una tassazione molto bassa, o i Paesi Bassi.

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