Ex Ilva, la cordata italiana si presenta. Tre nodi con il Governo
Federacciai deposita la manifestazione con 14 imprese. Gara, prezzo dell’area a freddo e scudo legale al centro
18 agosto 2026 Translated by Deepl
TARANTO – La cordata italiana per l’ex Ilva adesso c’è anche formalmente. Federacciai ha presentato oggi, 18 agosto, la manifestazione di interesse per gli stabilimenti del gruppo, sottoscritta insieme a 14 imprese associate. Un passaggio che apre una nuova fase nella partita per il futuro degli asset siderurgici e porta in primo piano tre nodi nel confronto con il Governo: la richiesta di una nuova gara, il prezzo dell’area a freddo e la possibilità di ottenere uno scudo legale sul pregresso.
Alla manifestazione di interesse hanno aderito ABS Acciaierie Bertoli Safau, Acciaieria Arvedi, Acciaierie Venete, Advanced Steel Solutions (Gruppo Asonext), AFV Acciaierie Beltrame, Alfa Acciai, Compagnia Siderurgica Italiana, Duferco Travi e Profilati, Feralpi Siderurgica, Ferriera Valsabbia, Lucchini RS Holding, Marcegaglia Carbon Steel, O.R.I. Martin e Rubiera Special Steel.
L’iniziativa, anticipata nei giorni scorsi dal presidente di Federacciai Antonio Gozzi, era stata accolta con favore dal Governo e dal ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, che in più occasioni aveva sollecitato un coinvolgimento diretto dell’industria siderurgica nazionale.
Secondo quanto raccolto, alla manifestazione si accompagna la richiesta di accesso alla data room della procedura per l’ex Ilva. La presenza di un nuovo interlocutore industriale, accanto a Jindal potrebbe consentire ai commissari di ampliare il confronto sulle condizioni di cessione, in uno scenario profondamente modificato dalla decisione della Corte d’appello di Milano sull’area a caldo.
Il primo tema resta quello occupazionale. Secondo quanto raccolto, Jindal avrebbe rimodulato la propria proposta prevedendo un corrispettivo simbolico, pari a un euro, e avrebbe manifestato la disponibilità ad aumentare il numero dei lavoratori da mantenere, dai 3.000-3.500 inizialmente indicati fino a 4.500, sui circa 10mila complessivi della vecchia Ilva.
Il raggruppamento degli operatori italiani sarebbe invece orientato a un perimetro di 3.500 addetti, ritenuti sufficienti per le attività dell’area a freddo, che costituisce il principale oggetto di interesse delle imprese italiane.
Il perimetro e la richiesta di una nuova gara
È proprio il perimetro industriale a rappresentare il primo punto di confronto con il Governo.
Fin dall’annuncio dell’iniziativa, gli operatori siderurgici italiani hanno legato il proprio ingresso nella partita al nuovo scenario determinato dalla decisione della Corte d’appello di Milano. Nella loro prospettiva, l’asset da acquisire non coinciderebbe più con l’intero ciclo integrale, ma comprenderebbe soltanto gli impianti destinati alle lavorazioni a valle.
Il perimetro di interesse riguarderebbe quindi, a Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi, gli impianti per la laminazione, il taglio dei nastri e la zincatura.
La decisione della Corte d’appello sull’area a caldo ha modificato in maniera sostanziale lo scenario sul quale era stata costruita la precedente procedura, spingendo a riconsiderare il perimetro industriale della cessione. Da qui la richiesta degli operatori italiani ai commissari di predisporre un nuovo bando di gara, coerente con la nuova configurazione degli asset.
È un’ipotesi che non convince il Governo, soprattutto per il rischio di un ulteriore allungamento dei tempi. Le amministrazioni straordinarie devono infatti fare i conti con una disponibilità finanziaria limitata e con la necessità di arrivare rapidamente a una soluzione industriale.
Per la cordata italiana, al contrario, ripartire con una nuova procedura sarebbe necessario anche per evitare possibili ricorsi o richieste di risarcimento da parte degli operatori che hanno già partecipato alla gara e presentato un’offerta sulla base di un perimetro differente.
Sul tavolo resta inoltre l’incognita giudiziaria. Un eventuale pronunciamento della Corte di Cassazione favorevole al ricorso presentato da Ilva in A.S. potrebbe rimettere in discussione lo scenario sul quale si sta costruendo la nuova operazione. SSe il quadro giudiziario dovesse consentire di rimettere in discussione lo stop dell’area a caldo, occorrerebbe capire quali conseguenze si determinerebbero sulla proposta degli operatori italiani e sull’intera procedura di cessione.
Quanto vale l’area a freddo?
Il secondo nodo riguarda il valore degli impianti. A differenza di quanto ipotizzato per l’area a caldo, i commissari punterebbero a monetizzare la cessione degli asset a freddo. La valutazione sarebbe compresa tra 600 e 800 milioni di euro.
Una cifra che non troverebbe però la condivisione né degli operatori italiani né di Jindal. Secondo quanto risulta, sia gli operatori italiani sia Jindal attribuirebbero agli asset un valore sostanzialmente simbolico, alla luce degli investimenti necessari per riportare gli impianti a piena efficienza e adeguarli alle esigenze industriali e ambientali.
La cordata italiana avrebbe stimato in circa 300 milioni di euro gli interventi necessari soltanto per introdurre le migliori tecniche disponibili (BAT) sotto il profilo ambientale e per rimettere in efficienza i treni di laminazione di Taranto.
Il valore da attribuire all’area a freddo diventa quindi uno dei passaggi centrali della trattativa: da una parte l’esigenza delle amministrazioni straordinarie di valorizzare gli asset, dall’altra quella degli acquirenti di tenere conto degli investimenti che dovranno essere sostenuti subito dopo l’ingresso.
Il nodo dello scudo legale
Il terzo tema riguarda lo scudo legale. Come altri soggetti che si sono affacciati alla gara per l’ex Ilva, anche gli operatori italiani avrebbero posto la questione della tutela rispetto al cosiddetto “pregresso”, chiedendo di non essere chiamati a rispondere sul piano penale o ambientale per fatti, condotte e responsabilità riconducibili alle precedenti proprietà e amministrazioni del gruppo.
Si tratta tuttavia di un terreno particolarmente delicato sul piano politico e giuridico. La cautela è aumentata dopo la decisione della Corte d’Appello di Milano sull’area a caldo e le prescrizioni ambientali imposte agli impianti.
Modalità e perimetro di un eventuale meccanismo di tutela restano quindi uno dei punti da definire nel confronto con il Governo.
L’altra emergenza: l’indotto
Mentre si costruisce il possibile nuovo assetto industriale dell’ex Ilva, a Taranto cresce però la preoccupazione per una partita molto più immediata: la sopravvivenza delle imprese dell’indotto legate all’area a caldo.
Sono circa venti le aziende che operano direttamente per il ciclo a caldo, con circa 2mila addetti impegnati in lavorazioni e servizi collegati al ciclo integrale. Una decina di queste imprese sarebbe già in condizioni particolarmente critiche.
Confindustria Taranto, Confapi Taranto e AIGI stanno monitorando le ripercussioni della decisione della Corte d’appello di Milano, con particolare attenzione ai contratti in essere e ai crediti vantati dalle imprese nei confronti di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria.
Proprio la sorte dei contratti è uno dei punti più delicati. La definizione del futuro dell’area a caldo è decisiva anche per la sorte dei contratti in essere con le aziende dell’indotto. Se questa uscisse definitivamente dal perimetro industriale, una parte significativa dei contratti potrebbe infatti venire meno, con il rischio di aprire nuovi contenziosi con le amministrazioni straordinarie.
Il 30 luglio Acciaierie d’Italia in A.S. ha pagato le fatture dell’indotto emesse a gennaio e febbraio e scadute a maggio. Resta però da capire che cosa accadrà alle successive scadenze.
Sul fronte della liquidità resta inoltre da chiarire la situazione degli ultimi 41 milioni di euro del prestito ponte da 390 milioni autorizzato dall’Unione europea, dopo l’utilizzo delle precedenti tranche per complessivi 349 milioni.
La questione è decisiva perché, secondo le stime delle associazioni imprenditoriali locali, tra il 60 e il 70% dei contratti di Acciaierie d’Italia è collegato all’area a caldo. Contratti che, nello scenario di fermata dell’area a caldo a partire dalla fine di ottobre, rischiano di venire meno.
Ed è qui che emerge la contraddizione più delicata per Taranto. Da una parte si lavora alla costruzione di un nuovo assetto industriale, con la cordata italiana concentrata sull’area a freddo e Jindal ancora interessata a un perimetro più ampio. Dall’altra ci sono imprese che devono continuare a lavorare, pagare gli stipendi e incassare i propri crediti nel presente.
La partita giudiziaria, quella industriale e quella finanziaria dell’indotto procedono così in parallelo e finiscono inevitabilmente per intrecciarsi.
È in questo passaggio – lo stop dell’area a caldo e la conseguente revisione dello scenario della cessione, l’ingresso formale di Federacciai e delle 14 imprese associate, il ricorso in Cassazione di Ilva in amministrazione straordinaria, la possibile richiesta di sospensiva alla Corte d’appello di Milano e le crescenti tensioni finanziarie dell’indotto – che si concentra oggi tutta la complessità della crisi dell’ex Ilva.
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