Il coraggio delle scelte
Il futuro di Acciaierie d'Italia tra nuova gara, deindustrializzazione e uscita dall'agenda internazionale
29 luglio 2026
Sono passati più di dieci anni e ancora manca una soluzione chiara per il futuro. Gli organi di informazione continuano a rimbalzarsi notizie e indiscrezioni, ma non è chiaro a chi sarà affidato il rilancio. A dire il vero negli ultimi dieci anni qualcuno si è fatto avanti, riuscendo a raggiungere anche qualche traguardo, ma il percorso si è sempre interrotto troppo presto e senza lasciare una prospettiva di futuro, di crescita.
Le parole qui sopra potrebbero essere ugualmente rivolte verso il polo siderurgico di Taranto, l’ex Ilva, oppure verso la nazionale di calcio maschile italiana, che manca a un mondiale da Brasile 2014. Luglio 2026 sarà ricordato dagli appassionati di calcio italiani come il mese in cui Giovanni Malagò, fresco di nomina alla FIGC, ha cominciato un nuovo corso con due leggende del calcio come Paolo Maldini e Leonardo. Soltanto per chiudere l’esperienza in soli sedici giorni a causa dello scetticismo legato al nome del potenziale nuovo commissario tecnico: Andrea Pirlo, bresciano, forse il più forte centrocampista italiano degli ultimi cinquanta anni. Alla fine a guidare gli Azzurri è stato richiamato Roberto Mancini, usato sicuro, a proposito di coraggio.
A noi però interessa Taranto e in particolare il futuro di quello che per molti anni è stato definito il più grande impianto di produzione di acciaio da ciclo integrato d’Europa, il fiore all’occhiello dell’Italia e, potenzialmente, del Mediterraneo. Nel 2012, quando sono stati effettuati i primi sequestri all’ex Ilva, ero ancora a Londra. Ricordo i primi giorni dopo la diffusione della notizia: le domande frequenti da parte dei colleghi internazionali di Platts, le telefonate verso l’Italia per avere aggiornamenti, l’interesse da parte degli operatori di mercato e le stime dei trader su produzioni e importazioni.
Più volte Antonio Gozzi in qualità di presidente di Federacciai ha sottolineato il dramma dell’esproprio senza indennizzo dell’ex Ilva di Taranto. Su questo tema Gozzi ha ragione, soprattutto con il senno di poi. Tra il 2012 e il 2017 la “saga” dell’Ilva ha vissuto momenti molto complicati, e con essa ha sofferto la credibilità dell’Italia come Paese di industria e impresa.
Nel 2018 inizia la gestione ArcelorMittal. Anche in questo caso ricordo perfettamente l’intervista che feci nel novembre di quell’anno a Matthieu Jehl, da pochissimo insediatosi come amministratore delegato di ArcelorMittal in Italia. L’impressione e la speranza era che la svolta fosse arrivata, che uno dei maggiori produttori di acciaio al mondo avrebbe traghettato Taranto verso il futuro, come protagonista di una nuova stagione. Forse dopo tanti anni all’estero ero facilmente impressionabile di fronte a un leader di mercato che investe in Italia, ma ero convinto in modo genuino che la scelta fatta dalla politica di affidarsi ad ArcelorMittal fosse vincente, lungimirante.
La storia insegna che in Italia nulla è facile né scontato, soprattutto quando le vicende industriali si intrecciano con periodi di grande instabilità e incertezza politica, come quelli dei governi Conte I e Conte II. Dopo anni di tira e molla e cambi di scenario, nel 2024 ArcelorMittal ha lasciato Taranto. Qualunque valutazione si dia della gestione tra il 2018 e il 2024, segnata da criticità industriali e gestionali e da responsabilità che non possono essere ignorate, la perdita di un investitore di quelle dimensioni non è stata una buona notizia per il Paese. L’ex Ilva si è così ritrovata a dover ripartire dal via, da sola, nel mezzo della tempesta perfetta che nel frattempo aveva investito la siderurgia europea e che ancora non dà segni di placarsi.
I produttori europei sono chiamati ad affrontare investimenti esistenziali per il futuro dei propri impianti e Taranto non sembra più in grado di attirare l’attenzione dei grandi gruppi siderurgici internazionali. Le notizie stesse su quello che succede all'ex Ilva non sembrano più di interesse per il mercato internazionale; Taranto non è più, come in passato, uno spunto di dibattito per i protagonisti della siderurgia mondiale.
La nuova gara per la vendita degli impianti dell’ex Ilva si trascina da mesi, anni ormai. Lo scorso anno per un breve momento si è pensato che la soluzione potesse arrivare dall’Azerbaijan. Come per Andrea Pirlo, però, il giustificato scetticismo dei più ha fatto naufragare l’ipotesi. Ora alla finestra sono rimasti in pochi, mentre il tempo scorre inesorabilmente. Gli ultimi sviluppi geopolitici ci hanno confermato che una produzione locale di acciaio è indispensabile per pensare al futuro e che non si può fare affidamento sulla globalizzazione e le rotte commerciali. Questo dovrebbe rendere Taranto attrattiva, sempre di più, se non fosse che nel frattempo la deindustrializzazione in corso in Europa sembra essere diventata evidente a tutti, soprattutto a chi è chiamato a fare grandi investimenti.
«L’unica speranza è che, in questa drammatica emergenza, qualcosa si riesca ancora a recuperare. Per il bene di Acciaierie d’Italia, dell’acciaio italiano e delle filiere che esso alimenta e dell’Italia tutta. Perché a un Paese come il nostro non basta continuare a giocare in difesa cercando di contenere i danni ma ha un grande, emergente e necessario bisogno di ridisegnare il proprio posizionamento futuro e definirne la strategia per conquistarlo, attuarlo, concretizzarlo». Queste parole le ha scritte Francesca Morandi nel gennaio 2024, due anni e mezzo fa, sembra che il tempo non sia passato. Qualcosa per la verità è accaduto, l’ultima sentenza della Corte d’Appello di Milano sembra mettere la parola fine all’area a caldo di Taranto come la conoscevamo.
Al di là di quelli che saranno i futuri sviluppi, gli ultimi quattordici anni ci hanno dimostrato ancora una volta che per rilanciare qualcosa ci vuole tempo e soprattutto coraggio. Come per la nazionale di calcio, il problema oggi non sembra essere tanto legato al nome, quanto al coraggio di prendersi la responsabilità della decisione. In mancanza di coraggio, però, è difficile parlare di rilancio.
Emanuele Norsa

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