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L’appello di Eurometal supera le 300 adesioni

Online la piattaforma steelindustrynow.eu. Ora il confronto con le istituzioni europee e nazionali

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DÜSSELDORFDopo una prima fase riservata, durante la quale l’iniziativa era stata condivisa all’interno della base associativa per raccogliere adesioni, l’appello promosso da Eurometal e sostenuto in Italia da Assofermet entra ora nella sua dimensione pubblica.

La piattaforma steelindustrynow.eu, presentata a Düsseldorf nel corso di una conferenza stampa presieduta dal presidente di Eurometal, Alexander Julius, rende visibile per la prima volta la posizione comune della filiera europea dell’acciaio e dei metalli, insieme all’elenco dei firmatari. Secondo quanto comunicato, l’iniziativa ha già raccolto oltre 300 aziende e 35 associazioni nazionali, un livello di allineamento definito senza precedenti nel settore. 

Assofermet ha dato visibilità pubblica all’iniziativa anche in Italia attraverso un proprio comunicato, rilanciando l’urgenza di «misure efficaci e immediatamente applicabili» per difendere le catene del valore europee. Nelle intenzioni dei promotori, si tratta solo dell’inizio: la campagna è destinata a proseguire nei prossimi mesi, con l’obiettivo di ampliare il coinvolgimento lungo tutta la catena del valore.

È proprio la natura sistemica della filiera uno dei punti su cui si è insistito maggiormente durante la conferenza. «Non ha senso proteggere solo un livello - è stato osservato più volte -. Una catena si rompe sempre quando si rompe un anello. Se vogliamo proteggerla, dobbiamo proteggere ogni elemento». La perdita di un singolo segmento, infatti, non resta circoscritta, ma si amplifica lungo tutta la catena. «Se perdiamo una fase della lavorazione, ne perdiamo cinque o sei», è stato spiegato, con particolare attenzione alle imprese di medie e piccole dimensioni, spesso meno visibili ma decisive per l’equilibrio complessivo del sistema.

Il quadro delineato a Düsseldorf è quello di una pressione competitiva crescente, alimentata da più fattori concomitanti. Da un lato, i costi europei – energia, lavoro, normativa – restano strutturalmente più elevati. Dall’altro, prodotti finiti e semilavorati provenienti da Paesi terzi continuano a entrare nel mercato europeo con minori vincoli. «Abbiamo un quadro regolatorio che non si applica allo stesso modo ai nostri concorrenti», è stato sottolineato, evidenziando come questo squilibrio si traduca in un divario di prezzo sempre più difficile da sostenere per le imprese europee.

Particolarmente critico è il tema dei prodotti a valle. Se infatti l’acciaio di base è oggi coperto da strumenti di difesa commerciale, lo stesso non vale per i derivati. È proprio qui che, secondo i relatori, si concentra il rischio maggiore. «Non abbiamo restrizioni sui prodotti downstream, e sono esattamente questi a costituire la base della creazione di valore industriale in Europa», è stato spiegato. In questo scenario, la pressione sui prezzi si scarica direttamente sulle aziende della trasformazione, che vedono ridursi progressivamente margini e ordini.
Il tono degli interventi è stato esplicitamente allarmato, anche attraverso esempi concreti. È stato ricordato come alcune filiere industriali – dalle turbine eoliche ai componenti per veicoli elettrici – abbiano già subito un ridimensionamento significativo in Europa, mentre cresce la dipendenza da importazioni, in particolare asiatiche. «È molto facile importare componenti completamente prodotti altrove», è stato osservato, e questa dinamica, unita alla pressione sui costi, sta accelerando. Il rischio è quello già sperimentato in altri settori: «Le aziende che chiudono non riaprono».

Oltre alla dimensione economica, è emerso anche il tema sociale. «Stiamo perdendo posti di lavoro ogni giorno», è stato sottolineato, con il richiamo alle possibili conseguenze sui sistemi di welfare europei. La filiera dell’acciaio, è stato ricordato, sostiene milioni di occupati lungo tutta la catena del valore, e una sua contrazione potrebbe avere effetti profondi non solo sull’industria, ma sull’intero tessuto economico e sociale. «La deindustrializzazione non è un concetto astratto: cambia la società», è stato osservato.

A questo si aggiunge una dimensione strategica. «Non si tratta solo di industria, ma anche di sicurezza», è stato rimarcato, con riferimento al rischio di dipendenza da forniture esterne in un contesto internazionale segnato da tensioni geopolitiche e instabilità. La perdita di capacità produttiva interna, in questa prospettiva, implica una riduzione dell’autonomia europea in settori chiave.

Il senso di urgenza è stato uno degli elementi più ricorrenti. «Non possiamo permetterci di aspettare uno o due anni», è stato affermato, anche alla luce del fatto che molte aziende potrebbero non resistere così a lungo.

La principale richiesta è quella di creare condizioni di concorrenza eque. «Non chiediamo protezionismo, ma un level playing field», è stato chiarito. L’attenzione si concentra in particolare sull’estensione degli strumenti esistenti ai prodotti a valle, sull’ampliamento dei meccanismi legati alle emissioni e sulla necessità di ridurre i costi strutturali, a partire dall’energia. Accanto a questo, è stata evidenziata con forza la necessità di intervenire sul quadro normativo esistente. Il riferimento è in particolare al Cbam, indicato come un esempio emblematico delle criticità attuali. «Così com’è, presenta errori ed elementi di parziale discriminazione», ha osservato Julius. Da qui la richiesta di una “pausa” nell’introduzione di nuove regole, per concentrarsi invece sulla correzione di quelle già in vigore. «Dobbiamo prima sistemare ciò che abbiamo, e solo dopo pensare a nuovi strumenti: questo può essere un primo passo nella giusta direzione».

Non sono mancate, nel confronto con i giornalisti, osservazioni critiche sul funzionamento dei processi decisionali europei, percepiti come frammentati e lenti. Pur riconoscendo una crescente consapevolezza del problema a livello istituzionale, i relatori hanno sottolineato come la risposta sia ancora insufficiente rispetto alla velocità con cui la situazione evolve.

Con il lancio pubblico della piattaforma, l’iniziativa si apre al confronto diretto con le istituzioni. L’appello viene trasmesso simultaneamente ai governi dei 27 Stati membri, nelle rispettive lingue, per portare il tema al centro dell’agenda politica europea. Il sito web rappresenta, nelle intenzioni, non solo un elenco di adesioni, ma anche uno strumento per dare voce alle imprese e rendere più evidente la portata delle criticità lungo la filiera. «Realizzeremo interviste con le aziende coinvolte, per rendere più visibile quale sia il problema dell’industria, in particolare di quella che utilizza l’acciaio», ha concluso Julius.


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