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Green Deal Ue, serve maggiore concretezza

Caldonazzo: «Stiamo ancora aspettando che i quattro pilastri di supporto promessi diventino realtà»

BRESCIA – «L'ambizione è quella di non essere ritardatari nella rivoluzione green. Come Europa non ce lo possiamo permettere, perché la competizione porterà le aree che restano indietro ad essere poste ai margini e quindi ad impoverirsi. Come Ue non possiamo giustificare un'eventuale immobilità dicendo abbiamo solo l'8% di emissioni. Dobbiamo essere dei frontrunner con la capacità di influenzare il resto del globo. È già successo e credo potrà succedere ancora se lavoriamo in maniera seria».

Le parole del Commissario Ue all'economia Paolo Gentiloni racchiudono la visione che ha portato la Commissione Ue ad approvare nel dicembre del 2019 il nuovo Green Deal europeo, come ha ricordato il giornalista Paolo Valentino, moderatore della tavola rotonda «Sostenibilità dell'Ue, un nuovo modello di crescita» ospitata da Futura Expo 2023. Al dibattito, insieme al Commissario Ue, hanno partecipato anche il CEO di Finarvedi Mario Arvedi Caldonazzo, il presidente della fondazione Symbola Ermete Realacci e il chief analyst di Intesa San Paolo Giorgio De Felice.

Su come poi il piano del 2019 sia stato attuato, Gentiloni non ha fatto mistero delle difficoltà di dare concretezza a obiettivi così ambiziosi. «Non credo che ci sia nessun organo che possa dire di averle azzeccate tutte», sicuramente l'arrivo di quattro criticità consecutive: pandemia, conflitto in Ucraina, crisi energetica e iperinflazione dopo l'approvazione del piano non ha certo aiutato.

«Credo che sia mutato l'atteggiamento generale nei confronti dell'Unione; una volta le si addossava la colpa di certi problemi, ora si chiede il suo intervento per la soluzione delle problematiche. È un cambiamento importante che denota una maggiore fiducia nelle istituzioni comunitarie. Il passaggio ulteriore che l'Ue deve imparare a fare è quello sulle risorse comuni. Ci siamo riusciti con la pandemia, ma non è sempre così. Se si pensa che il bilancio Ue è un 1% del PIL comunitario, circa 900 miliardi di euro, si capisce come sia difficile gestire sia le spese obbligate che gli eventuali extra budget per politiche di investimento. Non abbiamo quindi la stessa forza degli USA, che ad esempio con l'IRA hanno stanziato mille miliardi di dollari a sostegno delle imprese che rendono sostenibili le proprie produzioni. Senza contare che in Ue poi comunque sono i Governi dei singoli Paesi a dover tradurre nel concreto le politiche comunitarie».

Nel quadro stanziato dal Commissario Ue, il CEO di Arvedi non ha fatto sconti nel rimarcare come l'Ue per il momento non abbia ancora mantenuto le promesse fatte nel 2019 ai settori "hard to abate", i più colpiti dalla concretizzazione del Green Deal.

«Proprio nel dicembre 2019, come ha ricordato il Commissario – ha spiegato Caldonazzo – il Green Deal ha stabilito che nel 2033 sarebbero state azzerate le quote di emissioni garantite dal sistema ETS. Un obiettivo che più o meno implicitamente andava a trasformarsi in un limite stringente per i settori hard to abate. È come dire: o dal 2033 sarai completamente decarbonizzato oppure pagherai la CO2 ad un costo talmente elevato da non essere competitivo. La Commissione era consapevole dello sforzo chiesto alle imprese e promise quattro pilastri che avrebbero dovuto supportarci in questo complicato percorso. Il primo erano finanziamenti a supporto degli investimenti per il passaggio a tecnologie verdi. E questi sono i finanziamenti nel PNRR. Il secondo era la tutela delle produzioni europee rispetto ai competitor più inquinanti. E questo è la CBAM. Il quarto era una maggior competitività energetica e l'ultimo la difesa delle materie prime strategiche. Bene, ad oggi, i finanziamenti sono legati a pratiche burocratiche che li rendono quasi inaccessibili. L'efficacia della CBAM è tutta da verificare. L'armonizzazione dei costi energetici è ancora lontana e sulle materie prime strategiche il confronto è appena iniziato. Questo ci porta a vedere per il futuro rischi importanti se non vi sarà un cambio di passo».

Il CEO di Finarvedi ha poi evidenziato come la decisione di decarbonizzare completamente le proprie produzioni sia frutto sia di ragioni etiche che di ragioni economiche, legate anche alla maggiore sensibilità dei clienti. «Vorrei chiudere ricordando un'altra scadenza importante: il 20 ottobre il presidente USA Joe Biden e la presidente della Commissione Ue Ursula Von der Leyen dovrebbero siglare una nuova intesa sul mercato dei metalli legata alla decarbonizzazione. Dovrebbe permettere di commerciare come in un'area di free trade, superando i limiti della Section 232 e, inoltre, creare un'area con politiche ambientali comuni anche in temi di eccesso di capacità produttiva. Credo che proprio la creazione di questa macroarea potrebbe convincere altri Paesi  aderire all'iniziativa che dovrebbe anche rendere comune il campo di competizione internazionale».


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