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Materie prime siderurgiche: in Italia DRI su, ghisa e ferroleghe giù

A livello globale il mercato dovrebbe aver integrato gli elementi negativi, possibile stabilità per il finale di anno

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Un occhio sul mondo, uno sull'Italia. Emanuele Norsa e Stefano Ferrari hanno esplorato numeri e prospettive per le materie prime durante l'ultima edizione del webinar organizzato da siderweb MERCATO & DINTORNI, fornendo un quadro di lungo e di breve periodo.

In particolare, Emanuele Norsa (Kallanish e collaboratore siderweb) si è concentrato sull'’outlook a livello globale, avviando la sua analisi con l'osservazione del mercato di riferimento per eccellenza, ovvero la Cina.
«I primi sette mesi dell'anno hanno mostrato una contrazione importante in Cina. Le motivazioni sono diverse, tra tutte spiccano le restrizioni per l’emergenza Covid e l’atteggiamento di attesa verso il congresso del Partito Comunista da cui emergeranno i nuovi vertici del Paese. Pertanto, sul 2022 ci aspettiamo un calo compreso tra il 5% e 6% per produzione, consumo apparente e domanda degli utilizzatori finali». Questo perché anche i livelli di profittabilità dei produttori di Pechino sono crollati a luglio, creando un punto di rottura che ha dato vita a una reazione del mercato.
«La reazione cinese si è immediatamente vista sul mercato del minerale di ferro che dopo una fase discendente si sta stabilizzando e questo fa pensare al fatto che la discesa sia finita. Se spostiamo il focus sul rottame la situazione è nettamente diversa, i livelli di prezzo restano molto elevati se confrontati con i valori pre-Covid. Il 2022 è però stato caratterizzato da una volatilità che non si vedeva da diversi anni su questa materia prima, soprattutto a causa degli acquisti a singhiozzo da parte dei player turchi. Le ultime notizie fanno però pensare a una maggiore stabilità nella parte finale dell’anno».
Sul fronte ghisa, Norsa ha confermato che le forniture provenienti dal Mar Nero restano molto importanti, mentre sul fronte dei finiti ad aver determinato la brusca frenata degli scambi è stata una congiuntura che ha visto combinarsi un overstocking coincidente con un calo della domanda. Una congiuntura quindi che ha squilibrato l’offerta rispetto alle richieste soprattutto sui piani. «Questo squilibrio, anche nei confronti dei lunghi come il tondo, dovrebbe iniziare a stabilizzarsi. Ritengo che il mercato abbia assorbito gran parte degli elementi negativi e questo aiuta ad avere maggiori certezze sull’evoluzione della situazione, al netto delle possibili evoluzioni geopolitiche che possono sempre rivoluzionare la situazione».

Stefano Ferrari (responsabile dell’Ufficio Studi di siderweb) si è concentrato, invece, sul mercato italiano, con un'attenzione particolare alle importazioni di materie prime negli ultimi 15 anni.
«Analizzando le importazioni nazionali di ferroleghe – ha spiegato –, si nota chiaramente che dopo il picco del 2011 c’è stata una netta discesa fino ai minimi del 2020 (489.196 tonnellate), prima della ripresa del 2021. Il trend appare però discendente, mentre, di contro, all’export i volumi nel quindicennio analizzato sono più che sestuplicati». Opposta, invece, la situazione del DRI, che ha fatto registrare un netto incremento dei volumi dal 2009 (147.249 tonnellate) al 2018 (1,245 milioni di tonnellate), prima di crollare nel 2020 e riprendersi nel 2021 (1,044 milioni di tonnellate). Per quanto concerne la ghisa, il nostro Paese storicamente è un grande importatore e nel 2021 i volumi sono stati pari a 1,393 milioni di tonnellate, in aumento rispetto al 2020 ma ancora sotto il livello medio del 2014-2018. Infine, il rottame nel corso del quindicennio è stato il prodotto più costante, con volumi medi all’import pari a circa 5,1 milioni di tonnellate annue, ma con un importante balzo avanti nel 2021 (6,5 milioni di tonnellate).
«Il comparto delle materie prime siderurgiche rimane molto importante per la siderurgia nazionale, che ne è importatrice netta – ha proseguito Ferrari -. In prospettiva sono preoccupanti le dipendenze dalle ferroleghe ucraine (13% del fabbisogno nazionale), dal DRI russo (87%) e dalla ghisa sia russa (30%) sia ucraina (51%), che in futuro potrebbero subire un rallentamento dei volumi a causa del conflitto o di eventuali nuove sanzioni».
Infine, Ferrari ha concluso il proprio intervento con due cenni sui prezzi. «Mi sembra rilevante la dinamica del gap tra il prezzo del rottame (lamierino) e quello del tondo per cemento armato, che storicamente si attestava attorno ai 200 euro la tonnellata, mentre oggi viaggia a quota 700. Anche all’interno del segmento del rottame si è verificata di recente un’anomalia tra il prezzo del lamierino e quello delle torniture, il cui differenziale è salito da una media storica di circa 40 euro la tonnellata ad oltre 120 euro la tonnellata, prima di scendere a quota 60 euro la tonnellata. Bisognerà nei prossimi mesi vedere se si tratta di movimenti destinati a rientrare o se rappresentano l’inizio di una nuova era per l’acciaio da forno elettrico e i suoi input produttivi».

 

 


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