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Al summit di domani del Consiglio europeo l’UE si gioca tutto

Sul piatto non solo il tema degli aiuti ma la sopravvivenza e coesione dell'Unione stessa

Il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha convocato per domani una videoconferenza dei leader dei Paesi dell’Ue, che fa seguito alla riunione dell’Eurogruppo tenutasi il 7 e 9 aprile scorso con la quale, al termine di un intenso confronto, è stato raggiunto un accordo parziale – da sottoporre ai capi di Stato e di governo dei Paesi dell’Ue – su un insieme di strumenti da adottare perché l’Unione fronteggi gli effetti della pandemia Covid-19 sul piano economico e sociale.

Gli strumenti proposti sono principalmente quattro:

  1. Utilizzo del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) attraverso uno strumento di sostegno alla crisi pandemica basato sulle esistenti linee di credito precauzionali (Eccl). Lo strumento sarebbe disponibile, per la durata della crisi, per tutti gli Stati dell’Eurozona, con condizioni standardizzate concordate in anticipo dagli organi direttivi del Mes, che tengano conto delle difficoltà attuali, sulla base di valutazioni delle istituzioni europee. L’unico requisito per accedere alla linea di credito sarà che gli Stati richiedenti si impegnino ad utilizzarla per sostenere il finanziamento interno dell’assistenza sanitaria diretta e indiretta ed i costi relativi alla cura e alla prevenzione causati dall’emergenza. L’ammontare complessivo massimo delle risorse che potrebbe essere messo a disposizione di ciascun Stato sarà il 2% del PIL del rispettivo Stato alla fine del 2019. Si tratterebbe di circa 240 miliardi di euro; circa 35/36 miliardi di euro per l’Italia.
  2. Istituzione di uno strumento europeo di sostegno temporaneo per attenuare i rischi di disoccupazione (programma SURE) che fornirebbe agli Stati membri richiedenti un supporto finanziario, per un totale di 100 miliardi di euro, sotto forma di prestiti concessi a condizioni favorevoli, ma che sarebbero basati su un sistema di garanzie volontarie (25 miliardi di euro) degli Stati membri nei confronti dell’Ue.
  3. Attuazione della proposta della Banca Europea degli Investimenti (BEI) di creare un fondo di garanzia paneuropeo di 25 miliardi di euro, capace di assicurare, fungendo da linea finanziaria ed in partenariato con i finanziatori locali e con gli istituti di promozione nazionali, finanziamenti per 200 miliardi di euro a favore delle imprese, in particolare PMI. Il fondo di garanzia sarebbe finanziato dagli Stati membri dell’Ue proporzionalmente alle rispettive quote di azionariato nella BEI e/o da altre istituzioni.
  4. Lavorare per creare un fondo (temporaneo) per la ripresa economica (Recovery Fund), per preparare e sostenere la ripresa, fornendo finanziamenti attraverso il bilancio dell’Ue a programmi volti a rilanciare l’economia in linea con le priorità europee e garantendo la solidarietà dell’Ue con gli Stati membri più colpiti dalla pandemia.

Quest’ultima misura costituisce l’aspetto più controverso del negoziato, non trovando pieno consenso da parte di tutti i Paesi membri per la preoccupazione di taluni di essi (Austria, Finlandia, Paesi Bassi e, sia pure con alcuni distinguo all’interno della coalizione governativa, Germania) che per questa via si determini una mutualizzazione del debito, sia pure con esclusione di quello pregresso. Peraltro, allo stato non si dispone di elementi di dettaglio quanto alle caratteristiche e alle modalità di attivazione e di impiego del fondo. Nell’ipotesi avanzata dalla Francia, il fondo dovrebbe trovare collocazione all’interno del bilancio dell’UE su cui, tuttavia, è ancora aperto negoziato che, fino all’esplosione della pandemia, aveva registrato orientamenti  fortemente contrapposti tra i Paesi (tra cui l’Italia) che ritenevano già allora indispensabile un aumento delle dotazioni complessive e quelli cosiddetti “frugali” (Austria, Danimarca, Paesi Bassi e Svezia) che vorrebbero limitare la spesa complessiva all’1% del Pil dell’UE-27, oltre che sulla ripartizione degli stanziamenti tra le diverse finalità, in particolare tra le politiche cosiddette tradizionali (agricoltura e coesione) e quelle più innovative.

Il ruolo strategico del Recovery Fund

Se si vuole uscire dalla pandemia senza le “ossa rotte”, senza vincitori e vinti, è evidente che non bastano i 500 miliardi di euro stanziati con i primi tre strumenti sopra menzionati, che peraltro sono basati su prestiti, non su aiuti, prestiti che sono destinati a pesare sui bilanci nazionali che devono essere ripagati. Certamente, come recita il Rapporto del 9 aprile scorso dell’Eurogruppo, quei prestiti saranno forniti a condizioni favorevoli. Tali condizioni, però, dovranno essere approvate dagli Stati membri. Nel caso del Mes, ciò implicherà di passare attraverso le loro “procedure nazionali e requisiti costituzionali”. Nel medio periodo serve un fondo di solidarietà in quanto le politiche adottate dall’UE indeboliranno i Paesi già indeboliti dalla pandemia (come quelli del sud), a vantaggio dei Paesi meno colpiti (come quelli del nord). Così consolidando la gerarchia di potere, emersa tra di loro, con le crisi del decennio appena concluso. Per questi motivi, l’Italia non può limitarsi a credere alla promesse fatte. Alla riunione del Consiglio europeo di domani essa dovrà chiedere che il Recovery Fund abbia una data precisa per essere attivato, una consistenza finanziaria almeno doppia rispetto alle misure finora prese e si basi su debito comune europeo e non su trasferimenti nazionali.

Il 23 aprile, quindi, probabilmente si decide non solamente il futuro dell’UE, ma anche il nostro rapporto con essa.


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