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L'editoriale di Emanuele Morandi

È possibile, in Italia, superare il pregiudizio anti impresa?

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In questo periodo si è sviluppato un ampio e salutare dibattito sulla cultura anti impresa presente in Italia. Ricordo solo gli articoli di Dario Di Vico, di Antonio Gozzi, di Angelo Panebianco su «Il Corriere della Sera» e gli interventi di Paolo Bricco, di Lello Naso, di Giorgio Squinzi su «Il Sole 24 Ore», disponibili all'interno della rassegna stampa di Siderweb. 

Il tutto innescato dal sequestro giudiziario degli impianti di Fincantieri di Monfalcone e dalla drammatica situazione nella quale si trova l’ILVA dal 2012. Si assiste ad una battaglia (ormai una guerra) tra due fazioni opposte, e apparentemente non comunicanti, che sta producendo, come unico risultato, un danno irreparabile al sistema economico e produttivo del paese, oltre ad una serie di costi che qualcuno dovrà accollarsi.

È vero, come ha ben scritto Gozzi, che in Italia si assiste ad un eccesso di protagonismo di alcune procure e che è necessario che la magistratura venga responsabilizzata circa gli effetti prodotti da alcune decisioni. 
Ma la domanda più a monte che mi pongo è: come mai tutto questo è potuto accadere? 

In Italia, l’azienda non è vista bene: si percepisce un pregiudizio negativo nei confronti delle imprese e dell’imprenditore, quest'ultimo visto spesso come colui che si è arricchito alle spalle della comunità e dell’ambiente. 

Indagare le cause storiche di questo pregiudizio sarebbe molto bello e interessante, ma forse poco utile rispetto alla domanda che mi sono posto nel titolo di questo editoriale: è possibile, in Italia, superare il pregiudizio anti impresa?

La mia risposta è «sì» a patto che:

1) l’impresa sia guidata da un «leader»: nella postfazione di «Industria e Acciaio 2030», la pubblicazione che abbiamo presentato a Made in Steel, ho provato a tracciare il profilo ideale dell’imprenditore, leader e motore del cambiamento: colui che dovrebbe avere una visione chiara e condivisa del futuro, capacità di innovare, coraggio, approccio positivo, etica e responsabilità verso i propri collaboratori e verso tutti gli stakeholders, attenzione all’uomo e al capitale umano, curiosità e voglia di apprendere, grande attenzione alla formazione permanente per se stesso e per tutta la sua organizzazione, capacità di comunicare all’interno e all’esterno della sua organizzazione e disponibilità alla cooperazione con altre imprese e con il Sistema. Non è poco, mi rendo conto. Ma diciamocela tutta: quanti sono coloro che in Italia sono riusciti, non tanto a parole ma nei fatti, almeno ad avvicinarsi a questo modello?

2) la «Politica» si riprenda il suo ruolo: se la magistratura e le procure hanno potuto ampliare la loro discrezionalità ed i loro poteri è anche perché in questi anni è venuto a mancare il ruolo della Politica, quella con la “P” maiuscola. Anche la politica ha bisogno di leader che sappiano guardare avanti e che sappiano giocare a tutto campo ed in attacco, non limitandosi ad un gioco di rimessa fatto di interventi a colpi di decreti legge tesi a ribattere gli eccessi di parte del terzo potere (quello giudiziario).

3) prevalga sempre il dialogo tra le parti: come per le aziende, anche nella la nostra società civile (liquida e complessa come ci descrive in modo splendido il novantenne sociologo Baumann), si sente il bisogno di cooperazione e di collaborazione che può partire solo dall’ascolto delle ragioni dell’altro. Tutti (compresi i giudici e gli imprenditori!) abbiamo la necessità di analizzare in profondità il mutato contesto socio-economico, di individuare una visione condivisa e di fissare un nuovo sistema di priorità per una «nuova prosperità», basata su un modello di sviluppo sostenibile che dia senso e significato al nostro vivere quotidiano. 

Non sono tre condizioni facili ma, se ci si crede, ce la si può fare!
Tu come la pensi?

 

 

 

 

 

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