Ex Ilva: centrale sarà la scelta del modello siderurgico
Per Taranto la sfida è tenere insieme decarbonizzazione, investimenti, lavoro e bonifiche
30 ottobre 2026
TARANTO - Fare chiarezza sulla vicenda dell’ex Ilva è sempre più complesso. Ma proprio per questo è necessario distinguere i fatti dalle ipotesi, evitando interpretazioni affrettate su una crisi che intreccia questioni giudiziarie, ambientali, industriali e occupazionali.
La prima precisazione riguarda la recente pronuncia della Cassazione sull’area a caldo dello stabilimento di Taranto. La Corte ha confermato l’impianto della decisione della Corte d’Appello di Milano, che aveva disposto la sospensione delle attività in presenza di criticità ambientali, assegnando 90 giorni per gli interventi necessari. Non si tratta, quindi, di una sentenza che dispone la chiusura definitiva dell’intero stabilimento, né di un provvedimento che consente la ripresa incondizionata della produzione. Il principio è un altro: la continuità produttiva deve essere subordinata al superamento delle criticità ambientali e alla tutela effettiva della salute. Un’autorizzazione amministrativa, da sola, non è sufficiente a escludere l'intervento del giudice quando persistono condizioni potenzialmente lesive dei diritti collettivi.
La sentenza entra inevitabilmente nella partita industriale, proprio mentre si avvicina la scadenza per le offerte vincolanti relative alla vendita degli asset.
Tra gli interessati c'è Jindal Steel International, che ha manifestato interesse per il perimetro complessivo, compresa l'area a caldo. Il progetto contemplerebbe investimenti superiori ai 2 miliardi di euro e un percorso di decarbonizzazione attraverso forni elettrici entro il 2030. Resta tuttavia da chiarire il destino degli impianti esistenti: la società ha infatti indicato che gli oneri per la loro dismissione dovrebbero ricadere sullo Stato. In ogni caso, un'eventuale acquisizione non comporterebbe automaticamente la ripartenza produttiva, che rimarrebbe subordinata alle prescrizioni giudiziarie e ambientali.
Diversa l'impostazione della cordata promossada Federacciai e da 15 imprese siderurgiche italiane, interessata alle attività a freddo e alle lavorazioni a valle. Un modello che punta sulla trasformazione dell'acciaio, ma lascia aperti interrogativi fondamentali: da dove arriverebbero le bramme da lavorare e quale sarebbe il destino dell'area a caldo? Due questioni decisive per valutare la sostenibilità industriale del progetto e le sue ricadute occupazionali.
Il piano di decarbonizzazione del Governo prevede invece due forni elettrici da 3 milioni di tonnellate ciascuno, un impianto DRI da 2,5 milioni di tonnellate, una nuova centrale a gas e il collegamento alla rete elettrica ad alta tensione. Il primo forno e la centrale dovrebbero essere realizzati entro la fine del 2029, mentre il secondo forno e l'impianto DRI entro giugno 2030.
Si tratta di un programma ambizioso, con un fabbisogno finanziario stimato nell'ordine di 4-5 miliardi di euro. Tempi e investimenti restano però condizionati da autorizzazioni, infrastrutture, disponibilità energetica e definizione delle risorse. La decarbonizzazione, inoltre, non esaurisce la questione ambientale: saranno necessarie le valutazioni sanitarie e ambientali previste e una nuova Autorizzazione Integrata Ambientale.
Nel frattempo, la crisi produttiva continua a produrre conseguenze sul lavoro. Il 17 ottobre Acciaierie d'Italia ha presentato una richiesta di cassa integrazione straordinaria che potrebbe coinvolgere fino a 8.622 lavoratori nei diversi siti, rispetto ai 4.450 della precedente richiesta. A Taranto la platea interessata è di 6.964 persone su una forza lavoro di 7.875 dipendenti. A queste cifre si aggiungono le difficoltà dell'indotto, con centinaia di posti di lavoro persi nell'ultimo anno e ulteriori procedure di cassa integrazione. Il 27 ottobre è stata inoltre avviata una procedura di licenziamentocollettivo per 40 dei 51 dirigenti di Acciaierie d'Italia.
Le prospettive occupazionali dipenderanno inevitabilmente dal modello industriale scelto. Un impianto concentrato sulle lavorazioni a valle avrebbe dimensioni e fabbisogni professionali diversi rispetto a un'acciaieria integrata. Anche una riconversione attraverso forni elettrici e DRI comporterebbe una transizione complessa, con possibili periodi di attività ridotta e la necessità di preservare competenze e continuità produttiva.
Nel confronto a Palazzo Chigi, Governo esindacati hanno condiviso un percorso che contempla anche una possibile partecipazione pubblica, ancora da valutare. Tra le priorità figurano nuove commesse per i siti di Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi e strumenti di sostegno per i lavoratori diretti e dell'indotto.
Parallelamente, il Governo ha avviato interlocuzioni con aziende come Leonardo, Ferrovie dello Stato, Fincantieri e Rheinmetall Italia per verificare possibili iniziative nei settori della difesa, della cantieristica, della mobilità ferroviaria e delle tecnologie avanzate. Si tratta, al momento, di contatti esplorativi, non ancora tradotti in investimenti deliberati o nuovi livelli occupazionali definiti.
La questione centrale, dunque, non è soltanto chi acquisterà l'ex Ilva o quando potranno ripartire gli impianti. È capire quale modello siderurgico si intenda costruire, con quali investimenti, quali tecnologie e quali prospettive occupazionali.
La pronuncia della Cassazione pone un limite preciso: non può esserci continuità produttiva senza il superamento delle criticità ambientali. Ma nonstabilisce quale debba essere il futuro industriale dello stabilimento, né chi debba farsene carico. Per Taranto la sfida è tenere insieme bonifiche, decarbonizzazione, investimenti e lavoro. La prospettiva non può essere il semplice ritorno alla fabbrica del passato, ma neppure la cancellazione della grande industria manifatturiera senza alternative credibili.
Servizi e turismo possono contribuire allo sviluppo del territorio, ma difficilmente possono sostituire, da soli, una grande realtà industriale in termini di quantità e qualità dell'occupazione.
La vera emergenza non è più soltanto decidere se mantenere accesi o spegnere gli impianti. È stabilire se Taranto avrà ancora un futuro siderurgico e quale ruolo lo Stato intenda assumere nella sua costruzione. Perché una transizione industriale possa definirsi giusta, dovrà offrire prospettive concrete non soltanto alla città, ma soprattutto alle migliaia di lavoratori che oggi rischiano di pagarne il prezzo più alto.
Gianmario Leone
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