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Arvedi completa il passaggio generazionale

Intervista alla “Provincia” con l’annuncio: il Cavalier Arvedi lascia la presidenza di Acciaieria a Mario Caldonazzo

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È molto più di una intervista quella che il Cavaliere del Lavoro Giovanni Arvedi (a destra nella foto di testa) ha rilasciato a Marco Bencivenga, direttore della Provincia di Cremona. È il racconto appassionato e visionario di un uomo che ha visto il futuro e che lo ha saputo costruire anticipando i tempi. Che ha trasformato una innovazione in un'industria all’avanguardia dentro la filiera più antica del mondo, quella dell’acciaio.

Giovanni Arvedi, alla soglia degli 84 anni (li festeggerà il 28 agosto) ha deciso di raccontarsi. Lo ha fatto a partire dalla decisione di lasciare la presidenza di Acciaieria Arvedi, il cuore produttivo e pulsante dell’intera galassia, a Mario Caldonazzo (a sinistra nella foto di testa). Una decisione che arriva a 18 mesi di distanza dalla storica apertura del consiglio di Finarvedi (la holding del gruppo) a figure esterne di altissimo profilo, e dell’affidamento delle deleghe gestionali, anche in quel caso, a Mario Caldonazzo che dall’ottobre 2019 è Ad della holding.

È proprio a partire dal completarsi del passaggio generazionale che inizia la conversazione del Cavalier Arvedi con il direttore Bencivenga. Un passo preparato da tempo, spiega Giovanni Arvedi. «Perché sono fatto così: non amo gli imprevisti, preferisco guardare sempre avanti e programmare.  L’Acciaieria Arvedi, dopo anni di investimenti, ottimizzazione tecnologica, ristrutturazione industriale, formazione professionale e solidità finanziaria ora ha raggiunto la piena autonomia gestionale, come tutte le altre imprese del Gruppo create da campo verde. Mio nipote Mario è in Acciaieria da quasi trent’anni, così come gli altri miei nipoti e manager: sono tutti professionalmente preparati e hanno dimostrato un grande impegno e una grande capacità di lavoro, contribuendo allo sviluppo dell’Acciaieria. Le persone indipendenti al Gruppo fanno parte del CdA della società Finarvedi e sono persone di affermata alta qualità professionale». Ma, aggiunge subito dopo, «non resterò inattivo, continuerò a seguire da vicino il consolidamento della struttura gestionale dell’Acciaieria».

I temi che il Cavaliere affronta in un racconto sfaccettato e ricco di dettagli – grande fotonotizia in prima pagina e quattro pagine interne della "Provincia" -, pieno di pathos e di idee per il futuro sono davvero molti: dall'industria all'etica, dall'ambiente alla sostenibilità, dall'innovazione alla cultura, dalla vicinanza al territorio alla politica nazionale. Ne riprendiamo alcuni che ruotano intorno all’acciaio e all'etica, vero asse portante della vita del Cavaliere. Un acciaio, campione di economia circolare, che chiede sempre maggiori investimenti in sostenibilità. Lo facciamo a partire dalle domande che il direttore della Provincia, Marco Bencivenga, ha posto al Cavaliere.

Il futuro del mondo, non solo dell’economia, si racchiude in una parola: sostenibilità. Sostenibilità ambientale, innanzitutto, ma anche etica e sociale, una sfida che va dal rispetto dei diritti di tutti alla diversità di genere. Da grande capitano d’industria del Novecento, come giudica queste nuove sensibilità del Terzo Millennio?
«È  fuori di dubbio – spiega il Cavaliere - che il fondamento dell’etica è la persona umana: come nel sociale, se non si dà giustizia non si promuove il bene comune. Mi pare che la situazione del nostro pianeta sia chiara a tutti in modo ineludibile. Le priorità in un mondo che ha raggiunto stati di benessere soddisfacenti cambiano come cambieranno molti altri metodi e attività di lavoro. Quello che deve rimanere sempre fermo e presente è il rispetto per la natura, dei valori umani e della dignità della persona. Abbiamo soddisfatto le nostre esigenze, ora è urgente soddisfare quelle del nostro pianeta».

Lei ricorda sempre che ambisce ad essere «un buon cristiano» prima che un grande imprenditore: come si conciliano i valori del Vangelo con le logiche del business?
«Io credo, come premessa, che Dio sia presente nella realtà e che tutte le cose siano un suo dono; noi non possediamo niente di nostro, solo le buone idee rimangono.  Penso che un compito dei cristiani sia cercare di inserire la loro fede nel mondo che li circonda e oggi ancora più nel mondo della tecnica; quando prevale l’assolutizzazione della tecnica si realizza una confusione di fini e di mezzi. I cristiani è bene che cerchino di vivere la loro vita come un meraviglioso dono di Dio e ringraziarlo con le loro opere al meglio delle loro possibilità. L’imprenditore cristiano viene sorretto e guidato dalla fede. Certo, la fede è un atto interiore e personale, ma suppone qualche cosa di esterno e di oggettivo. “La fede senza le opere…”. Io penso che dobbiamo operare nell’interesse delle nostre imprese, della comunità in cui viviamo, per il nostro Paese, nel solco dei preziosi insegnamenti del Vangelo, senza danneggiare mai il nostro prossimo, dove vediamo la presenza di Dio. Se io sapessi che il mio lavoro fa male al mio prossimo, smetterei. Per parlare di cose pratiche in 60 anni e più di lavoro le mie aziende non hanno mai distribuito dividendi: ho sempre cercato non di accumulare ricchezza, ma di investire nelle aziende e di creare posti di lavoro».

Quanto manca per la progettazione di un’acciaieria a impatto zero?
«Dovremmo smettere di respirare, viaggiare, vivere comodamente etc. Chiediamolo ai nostri operai che sono al lavoro da 25/30 anni o alle istituzioni cremonesi: Arpa, Asl, etc. Come più volte verificato accesa o spenta la nostra Acciaieria non influisce sulla situazione del clima di Cremona. Purtroppo Cremona è in una sacca e riceve, quello che non vorremmo, dalla città limitrofe.  Crediamo di aver ottenuto un risultato esemplare, certificato da Emas, oltre ad essere impegnati nella decarbonizzazione e nell’economia circolare. La nostra cultura è  frutto del convincimento che inquinare è un danno verso noi stessi e verso il nostro prossimo ed un’offesa verso Dio».

A proposto di siderurgia: come finirà la partita dell’Ilva di Taranto?
«Ci penso, ma non mi pare il caso, visto che ora Taranto appartiene allo Stato e ai signori Mittal».

Ora si va verso la statalizzazione: per voi privati, un’Ilva in mano pubblica può diventare un problema? Si può prevedere una distorsione del mercato?
«Certo. Ma mi pare che la Commissione europea alla fine dovrà pronunciarsi in merito: in Europa non sono ammessi aiuti di Stato e l’Antitrust vigila con attenzione.  E alla fine il mercato darà la sua risposta».

Confindustria, l’associazione degli industriali di cui fa parte, è sempre stata filogovernativa. Ma ultimamente i motivi di scontento sono aumentati: dalle tasse alla burocrazia, passando per misure improduttive come il reddito di cittadinanza, il Governo Conte non sembrava così amico delle imprese...
«Impresa, uomini e mezzi sono la risorsa vitale e sociale indispensabile al nostro sostentamento perché sono basate sulla centralità dell’uomo. Gli italiani alla fine sanno bene quello che vogliono e sanno bene come vogliono vivere loro e domani i loro figli. Ora si entra in una nuova era».

Ora a Palazzo Chigi c’è Mario Draghi: secondo lei è la soluzione migliore o è giusto che i tecnici facciano i tecnici e che di politica si occupino i politici?
«Sulla persona, per quanto posso, non ci sono dubbi: è una garanzia».

Cosa si sente di dire ai suoi dipendenti? Quale futuro avrà l’Acciaieria Arvedi senza più la guida del Cavalier Arvedi?
«Lascio la presidenza in buone mani. L’Acciaieria è nel mio cuore, come le altre aziende nate da un campo verde e poi diventate esempio di performance industriali non solo italiane ed europee per la qualità di dirigenti e operai che da anni dimostrano tutta la loro alta professionalità e partecipazione: a tutti va la mia profonda gratitudine e il mio sincero affetto. I miei operai sono tutti nel mio cuore e non li abbandonerò mai, grazia permettendo fino a quando il mio Dio e Signore me lo consentirà».


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