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«No alla demonizzazione dell'export di rottami»

Sì alla decarbonizzazione, ma per Vezzosi (Assofermet/EuRIC) le aziende del recupero devono poter sopravvivere

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«Siamo assolutamente a favore della decarbonizzazione dell’industria siderurgica, ma siamo contrari alla demonizzazione delle esportazioni di rottame». Così Cinzia Vezzosi, vicepresidente sia di Assofermet sia di EuRIC, intervistata da Stefano Ferrari (Ufficio Studi siderweb) nel corso del webinar "Energia & materie prime verso nuovi orizzonti". Per Vezzosi, se è vero che con la decarbonizzazione dell’industria siderurgica europea aumenteranno le richieste di materiale da parte di Francia e Germania, è vero anche che «ad oggi la nostra sovrabbondanza di rottame è evidente. Abbiamo più di 20 milioni di tonnellate che sul mercato europeo non trovano collocazione in questo momento. Non avremmo difficoltà a metterle a disposizione delle acciaierie europee qualora ciò venisse richiesto». Ciò che chiede la filiera del recupero è «che ci sia una fase di phase out, perché andare verso una maggiore ricollocazione del rottame all’interno dell’Ue “dalla sera alla mattina” metterebbe l’intero settore in forte crisi. Da qui al 2030 (anno in cui secondo la Zero Carbon Policy Agenda si punta a raggiungere determinati target di decarbonizzazione a livello europeo, ndr) le aziende devono essere nelle condizioni di poter sopravvivere». Le stesse aziende, peraltro, stanno già andando incontro ad aumenti di costo dovuti alla necessità di fare fronte a una sempre maggiore richiesta di qualità sul rottame. «Il nostro ruolo sarà sempre più importante nell’ottica di offrire in maniera selezionata il materiale», ma questo «comporterà dover fare grossi investimenti. Investimenti che già in alcuni casi vengono fatti (per esempio in scanner ottici, scanner a infrarossi ecc.). Questo in linea di principio non è un problema, purché venga riconosciuto un maggior prezzo del rottame riciclato. Quello che ci rassicura – ha continuato Vezzosi – è che la nostra categoria è sempre stata molto flessibile e dinamica in tal senso».

Interrogata su come si è mosso il mercato in queste prime settimane dell'anno, Vezzosi ha sottolineato che «il 2023 è iniziato con aumenti di prezzo generalizzati». Per quelli del rottame «a fare da traino è stata la Turchia, che ha spinto verso livelli piuttosto importanti: abbiamo sentito di un massimo di 423 dollari la tonnellata CFR a inizio mese, conseguenza del fatto che le acciaierie turche avevano bisogno di acquistare rottame, l'hanno fatto in un tempo brevissimo e hanno avuto difficoltà a trovare le quantità». L'Italia è «entrata in questo vortice con una settimana di ritardo e l'incremento non è stato della stessa entità, ammontando a circa 20 euro». Ciò detto, si è trattato di un'apertura di mercato «inattesa, perché le aspettative dei clienti erano di non trovare grossi cambiamenti a inizio gennaio rispetto agli ultimi giorni del 2023».

Passando alla ghisa, Vezzosi ha affermato che «gli ultimi prezzi fissati alla fine di dicembre per gli acquisti sono stati più bassi di quelli che i produttori hanno dovuto fissare a gennaio. Chi si deve posizionare sul nuovo ha necessità di aumentare i prezzi» e «facilmente ci si potrà posizionare più in alto, anche se non ci aspettiamo grossi cambiamenti». Per la vicepresidente di Assofermet «il primo trimestre è visto un po' da tutti come un periodo d'attesa, mentre qualcosa dovrebbe muoversi a partire dal secondo. Lo si vede dalle quotazioni in Borsa per quanto riguarda alluminio, rame, zinco e altri, che negli ultimi venti giorni hanno fatto un salto importante. L'unico metallo che non ha registrato lo stesso movimento è il nichel, perché c'è stato un calo dei consumi». Facendo un passo indietro, il 2022 per la ghisa è stato un anno particolare per «una contingenza che l'ha toccata molto da vicino», ossia la guerra russo-ucraina. Il conflitto ha portato i prezzi di questa materia prima a "sdoppiarsi" su due livelli completamente diversi a seconda del fatto che l'origine fosse russa oppure no. In questa situazione «alcuni Paesi hanno fatto una scelta di campo scegliendo di non comprare ghisa russa anche se caratterizzata da prezzi molto appetibili». L'Ucraina dopo alcuni mesi dallo scoppio della guerra ha «ricominciato a spedire materiale, ma in volumi molto inferiori a quelli cui eravamo abituati e anche con una diversa destinazione: gli Stati Uniti, dove i prezzi pagati sono nettamente più interessanti». Ciò che si augura Vezzosi è che la produzione in Ucraina torni a crescere ma, qualora il conflitto dovesse continuare, ha detto, «temo che questo doppio livello di prezzo continuerebbe ad esserci, anche a fronte di triangolazioni». Ha quindi aggiunto che «il mondo della ghisa si è ulteriormente "biforcato" con la differenziazione tra ghise da affinazione e ghise particolari, i cui prezzi hanno seguito andamenti diversi».

Guardando al futuro, Vezzosi prevede che «il mondo della ghisa cambierà, ma non assisteremo a un crollo dei prezzi» per due motivi: innanzitutto, la ghisa nel processo siderurgico che utilizza DRI e rottame «servirà come raffinatore e quindi sarà un elemento che non potrà mancare». Il secondo motivo è «legato ai cambiamenti geopolitici e alla crescita di altri Paesi. La richiesta di acciaio dai Paesi industrializzati verso gli altri Paesi diminuirà per effetto di una maggiore crescita all’interno di questi stessi Paesi, ma questo vuol dire che probabilmente anche la ghisa che oggi è resa disponibile non lo sarà più nella stessa misura; verrà utilizzata per realizzare prodotti in acciaio per rispondere a mercati locali, oppure per produrre semifiniti in acciaio che venduti possano portare marginalità più interessanti».


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