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«La strada Ferrata»

«Il transplanting: quali le opportunità e quali i rischi»

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Nel nostro incontro precedente uno di voi aveva lanciato esche molto ghiotte, e il mio commento aveva aperto tanti, forse troppi fronti. I temi erano tutti molto interessanti, a sottolineare quanto sia importante interagire con la vostra esperienza.
Uno degli aspetti che mi sembra importante riprendere è quello del trasferimento all’estero di unità produttive, controbilanciato dal mantenimento in Italia del centro decisionale e strategico. La soluzione è fattibile in tutti quei casi in cui le conoscenze che fanno la differenza competitiva possono essere protette e soprattutto il loro trasferimento può essere controllato: si pensi, ad esempio, ai brevetti efficaci nella difesa dalle imitazioni. La siderurgia, però, produce in larghissima misura commodity; il prodotto è quindi confrontabile con quello di tutta – o quasi tutta - la concorrenza e i know-how di processo sono comuni ai produttori di  tutto il mondo; in larga misura, poi, si tratta di k-h incorporati negli impianti e quindi dobbiamo concludere che tutti vi hanno accesso e nessuno li controlla (se non, forse, gli impiantisti, che però li diffondono vendendo  in ogni parte del mondo impianti che sono replica di se stessi). Fino a un passato recente, la competitività di molte aziende, anche di non grandi dimensioni, risiedeva nell’esperienza maturata sulla linea: accorgimenti e segreti del mestiere che rendevano un output vincente rispetto ad altri. Perché questo possa replicarsi, però, occorre che la linea sia presente, perché la capitalizzazione dell’esperienza avviene dove quest’ultima si accumula. Con i processi di transplanting tutto questo avviene e si capitalizza all’estero, dove si sono localizzati gli impianti perché fossero vicino a dove è il mercato (come dicevamo nella rubrica scorsa). La pericolosità di questa perdita progressiva di controllo del valore aggiunto sta nel suo progredire lentamente, per accumulo di piccole esperienze e di dettagli, che solo alla fine del processo rende evidente in tutta la sua gravità la perdita patita. Nel caso della siderurgia, quindi, il transplanting non è un’operazione di pura convenienza contabile, bensì rischia di essere una scelta strategica negativa, pericolosa soprattutto perché diventa evidente quando ormai il danno è fatto e si sono costruiti tutti i presupposti per renderne irreversibili gli effetti. Direttamente legato a queste constatazioni, perché incide profondamente sui meccanismi di confronto competitivo sul mercato domestico, vi è un altro dei temi lanciati nella rubrica scorsa: quello delle conseguenze di un utilizzo a pioggia degli ammortizzatori sociali. Come dicevamo in quella sede, i provvedimenti di sostegno all’impresa furono pensati per superare crisi congiunturali e di breve periodo di alcune aziende, momentaneamente in difficoltà ma con tutte le premesse per riprendersi e tornare a regime in tempi brevi. Ignorare i riflessi strategici del transplanting in sistemi commodity, come la siderurgia, e insistere a considerarlo un’opportunità di recupero di efficienza porta a ritenere coerente con i suoi presupposti il ricorso agli ammortizzatori sociali per aiutare un’azienda in crisi sul mercato locale. Se, però, la fase negativa è frutto (anche) delle scelte di localizzazione dell’impresa, l’aspetto congiunturale deve essere messo in dubbio e l’ammissione dell’impresa all’aiuto rischia di essere non del tutto convincente. Il mio ragionamento può essere così riassunto: l’impresa persegue i suoi obiettivi economici andando sui mercati più interessanti; può darsi che questo comporti scelte di sacrificio su altri mercati (tipicamente quello domestico, ormai maturo); le risorse si concentrano, infatti, in un business anziché in un altro e spesso lo sviluppo di mercati promettenti richiede impegni immediati molto forti (lasciando sguarniti gli sbocchi tradizionali). Tutte scelte legittime, che però fanno concludere che i problemi, sorti sui mercati trascurati, sono in realtà costi sostenuti per consentire l’accesso a sbocchi strategicamente più interessanti. Se tutto questo è vero, la legittimità della scelta di ricorrere ai provvedimenti di sostegno transitorio forse vacilla perché tali costi – di totale competenza dell’impresa che delocalizza – vengono di fatto scaricati, in tutto o in parte, sulla comunità, non solo in termini di esborsi espliciti, ma anche e forse soprattutto attraverso la correzione dei meccanismi di mercato, a totale svantaggio dei concorrenti che operano solo sui mercati tradizionali; questi ultimi, infatti, non hanno la valvola di sfogo costituita dai mercati emergenti dove andare a produrre, e devono sostenere per intero i costi e gli oneri necessari per stare sul mercato domestico, e tutto questo senza aiuti dal pubblico. Si tratta di una distorsione sicuramente involontaria, perché raramente ci si rende conto del risvolto strategico del transplanting, ma non per questo meno pericolosa e pesante da subire per chi gioca solamente in casa (tra l’altro, tutelando in tal modo anche quel po’ che resta del vantaggio competitivo dell’industria nazionale).

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“Un pensiero ovvio ed una critica sterile godono, purtroppo, della stessa libertà di espressione di molte idee innovative rimaste inascoltate.”

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